2016 in muzik

Posted on 28 gennaio 2017

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Gennaio volge alla sua conclusione ed è tempo di bilanci. Mettendo da parte quelli economico-finanziari di cui è meglio non parlare – relegandoli a un fugace commento come “lavoro è schiavitù” – arriviamo a quelli che non fanno male e che più rallegrano ogni scribacchino: i bilanci musicali.

Di seguito, la top 10 di quanto ha rovinato il mio udito nel 2016. Buona lettura.

10. Sumac – What One Becomes
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Uno dei dischi più esaltanti degli ultimi 4 anni in quel territorio sincretico che va oltre gli stilemi del metal e dell’hardcore, che ha da tempo cessato di essere fertile. Sicuramente il miglior disco sul quale abbia messo mano Turner dopo lo scioglimento degli ISIS insieme a Secret House dei Jodis e Vultures Descend dei Greymachine.
Emerge proprio il bagaglio delle ultime fatiche, in primis Greymachine e ultimi Old Man Gloom, quindi paga dazio dai Godflesh in giù (per fortuna). Si fatica a parlare di innovatività e tuttavia, più che nei passaggi, la freschezza di questo disco si trova nella costruzione della forma-canzone e come questa interagisce con la sezione ritmica, che fa paura a Jesù. A volte si ha l’impressione di sentire un gruppo post-punk con i suoni dopati, il tutto senza dare punti di riferimento a là Tim Hecker. E, nonostante questo, riescono a inserire melodie che rimangono, alla faccia di chi ancora crede che l’innovatività sia figlia della cacofonia più sfrenata.

9. Bat for Lashes – The Bride
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Più passano gli anni e più pare che Natasha Khan abbia trovato la propria dimensione lontano dalla solarità di Two Suns, e The Bride ne è la definitiva conferma. Già The Haunted Man era tutto fuorchè un disco leggero, ma quest’ultima produzione riesce andare oltre raccontando una storia di amore e perdita tra le più archetipe. Il pop si fa cupo, le influenze world music hanno avuto degna sepoltura, i momenti elettronici si aprono a territori ambient e orchestrali e Sunday Morning si spinge in territori motorik sperimentati dagli ultimi Portishead. Ecco, il mood generale e la musica seguono le orme della band di Bristol e senza sfigurare, anzi.

8. RY X – Dawn
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Disco d’esordio per Ry Cuming dopo tanti anni di metamorfosi e collaborazioni. Il Cuming del 2016 gioca finalmente tutte le sue carte e mette in piedi un disco che esplora numerosi territori dell’elettronica a tinte urbane, gioca con le chitarre di sottofondo e si cimenta in note di piano sempre necessarie e mai esagerate. Il risultato finale è un disco che non saprei definire se non “cantautorale”, nonostante flirti con strumenti e atmosfere che sono l’antitesi del cantautorato. Riesce a creare un filo conduttore che passa per luci al neon e alienazione contemporanea, come Luigi Tenco catapultato in un club di Tokyo.

7. Ulver – ATGCLVLSSCAP
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Si potrebbe dire che Nowhere (Sweet Sixteen) rivede Garm alle prese con una versione riarrangiata di Nowhere/Catastrophe e chiudere qua il discorso. Basterebbe ascoltare quella canzone.
L’uscita meno chiacchierata degli Ulver negli ultimi dieci anni è anche uno dei loro migliori lavori, lontano delle ultime fatiche che tentavano di sublimare la loro vena eclettica tra elettronica e rock. La forma-canzone è stravolta, cita il passato, lo reinterpreta. Il risultato finale è il prog-rock secondo gli Ulver, e mai come in questo disco emerge il passato di O’Sullivan con i mai troppo osannati (o sarebbe meglio dire “mal cagati”) Guapo.

6. Il Muro del Canto – Fiore de Niente
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La tradizione della musica popolare che viene spogliata degli abiti vecchi e rivestita di rock. Terza fatica del gruppo laziale e terzo disco esaltante, che calca la mano sulle tinte morriconiane e frena un po’ sui ritmi. Polveroso e desertico, folk nel senso primigenio del termine, verace e capace di raccontare la quotidianità delle periferie e delle realtà che non si arrendono alle metropoli.

5. Bon Iver – 22, A Million
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Sì, è un disco composto quasi unicamente da effetti e campionamenti applicati a qualsiasi strumento. Sì, anche le voci sono deumanizzate nonostsante Justin Vernon non si cimenti dietro il microfono. Sì, sembra un giocattolo. Eppure è un disco folk in tutto e per tutto, capace di riscrevere nel 2016 i canoni di un genere musicale tra i più datati e conservatori. Tutto apparantemente freddo e calcolato, ma 33 “God” e 666 (Upsidedowncross) sono tra le canzoni più sentite e umane degli ultimi mesi.

4. Nick Cave and the Bad Seeds – Skeleton Tree

Intimo e solare come la notte nucleare.

3. Swans – The Glowing Man

Arrivati alla top 3 si potrebbe anche smettere di scrivere, peccato che Gira non sappia tirare fuori un disco uguale ai precedenti. The Glowing Man è una delle produzioni migliori di una carriera trentennale, e già questo è un dato di fatto che pone gli Swans come uno degli ensemble più influenti della musica contemporanea. Chi ama ripetizione, trance e psichedelia non può che emozionarsi all’ascolto di tracce come Cloud of Unknowing o la titletrack. A parere di chi scrive, il disco più esplicitamente jazz mai composto da Gira, ma la vera novità è il suo anche essere esplicitamente soul: da The World Looks Red / The World Looks Black a When Will I Return? è un susseguirsi di atmosfere da club anni ’50 con le poltrone rosse consumate, il fumo che aleggia nell’aria e fuori…beh, fuori il paesaggio è quello post-nucleare di sempre.

2. Neurosis – Fires Within Fires
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Dal momento che è sempre difficile parlare della propria famiglia senza sembrare banali, posso dire che Honor Found in Decay rimane un brutto disco e lo riprenderò in mano tra dieci anni. Trovatelo voi un groupie che parla male del proprio gruppo preferito, tiè.
Fires Within Fires è il titolo più adatto a descrivere questo lavoro, come se sotto le braci sia stata trovata l’ultima fiamma che possa ancora ardere.
Non mi metterò a parlare della musica in sè o fare paragoni con la discografia passata. I Neurosis hanno concluso il loro percorso di sperimentazione nel 2004, da quel momento in poi è stato semplicemente un raccogliere quanto seminato in trent’anni di carriera e tramandarlo ai posteri, un’eredità in musica di attitudine e coerenza. Un altro disco e poi basta. C’è solo amore.

1. Deftones – Gore
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Cosa si può fare dopo aver scritto una lettera d’amore al proprio gruppo preferito? Scrivere una lettera d’amore a un gruppo che non è propriamente il preferito.
L’album rock dei Deftones. L’album quadrato dei Deftones. L’album in ordine dei Deftones. Hearts/Wires è la canzone che meglio lo rappresenta, equamente divisa in tre momenti: inizia elettronica come una versione contemporanea dei Labradford, prosegue rock con le migliori geometrie del Don Caballero e finisce…Deftones.
Questi elementi ricorrono e si rincorrono, si alternano equamente o si fanno coppia,  si fondono per tutta la durata del disco, ma questi rimangono senza abbandonarsi ad altre distrazioni. Ma il punto più alto è sicuramente la voce di Chino, mai così commossa. C’è solo amore.

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