Costruire dove l’illusione distrugge

Posted on 4 maggio 2015

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Me ne rendo conto, può sembrare un titolo fuorviante. Fuorviante poiché riunisce tre parole che ho sentito pronunciare spesso in questi ultimi  tre giorni, parole raccontate per lo più in maniera slegata l’una dall’altra: distruzione, illusione, costruire. Allo stesso tempo, messe in quell’ordine riassumono le mie considerazioni politiche sul 1 Maggio 2015 di Milano.

Che siano il sunto delle mie considerazioni politiche è qualcosa che ho realizzato rileggendo le note raccolte tra le pagine dell’agenda in questo lungo weekend. Nelle parole che seguono ci sarà un momento in cui proverò a spiegarne il senso, tuttavia saranno anche l’occasione per mettere in ordine – o il tentativo di – tutte quelle considerazioni politiche che un titolo non può pretendere di contenere, se non sfiorandole in superficie.

Il 1 Maggio 2015 ero per le strade di Milano ad affermare il mio “No” al modello Expo, e come me migliaia di persone. Scrivo “modello” perché la contrarietà non è rivolta all’Expo milanese in quanto esposizione universale, quanto all’impatto sociale che i grandi eventi portano con sé come mano “gentile” del capitalismo: precariato, devastazione ambientale e distorsione della semantica (“buon cibo”) sono solo alcuni degli aspetti di questa mano. Anche di questo scriverò a breve.

Prima di continuare a scrivere sento però la necessità di spiegarmi, e mi rivolgo soprattutto a coloro che storcono il naso alla lettura del termine “capitalismo”. To put a long story short, per capitalismo intendo accumulazione di capitale da parte di pochi a discapito dei più. Per accumulazione di capitale intendo “ricchezza”, una ricchezza accumulata con ogni mezzo possibile, e sono sempre mezzi violenti. Considero la ricchezza materiale indegna e immorale in quanto fine e per i mezzi con i quali è perseguita.

Dopo una manifestazione come quella del 1 Maggio non posso far altro che pensare ai pensieri delle altre persone che si traducono in azione. Azioni diverse, uguali, similari, complementari.

Contro cosa ci battiamo? Come lo facciamo? Riusciamo ad adattare i nostri pensieri e le nostre azioni  al contesto attuale? Le nostre azioni sono comprensibili ed efficaci ai più?
Queste sono le domande da cui partono le mie considerazioni politiche.

Sia ben chiaro, non sono considerazioni che cercano di approfondire il la dialettica tra violenza e non-violenza. Ancora meno, sono parole che vogliono dividere tra presunti buoni e presunti cattivi. Mi sento parte di quella moltitudine che si è riversata nelle strade di Milano. Per usare le parole di Bifo, sto dalla parte dei teppisti. Mi sento parte di quella moltitudine perché, nella bellezza delle differenze riscontrabili al suo interno, è caratterizzata da alcuni elementi che ritengo essere ancora dei punti cardine per qualsiasi analisi della società: il carattere antifascista e quello anticapitalista. Antifascismo è anticapitalismo.

Ci battiamo contro lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo che è necessario per l’accumulazione della ricchezza. Lo Stato è il vassallo dell’accumulazione della ricchezza, poiché serve interessi che travalicano i suoi confini per un risicato ritorno economico e di potere all’interno degli stessi. Ci battiamo anche contro le voci che, nelle forme più svariate, giustificano l’accumulazione della ricchezza e di conseguenza lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo: i mezzi di comunicazione di massa.

Mezzi di comunicazione di massa. Ci riempiamo spesso la bocca di questi termini, tuttavia sono ancora convinto che non abbiamo ancora compreso a fondo il carattere maligno degli stessi, la profondità del nuovo sistema repressivo da questi creato.

A nuove repressioni si risponde con nuove idee e, di conseguenza, con nuove azioni. Non per debolezza quanto per intelligenza. Azioni che siano comprensibili ai più ma anche efficaci, senza cioè snaturare gli ideali.

Penso ci sia mancato il tempo per tradurre le idee in azioni comprensibili ma anche efficaci.

Expo non è un’occupazione militare, una guerra, un assassinio di Stato. Expo è un grande evento costruito per attirare i più con alcune parole d’ordine che facciano presa sull’immaginario delle masse. Un immaginario ancora legato all’accumulazione della ricchezza, fosse anche nella sua forma più embrionale. Fanno leva su questo immaginario corrotto con la vana promessa che chiunque possa accumulare ricchezza, in questo caso rappresentata dalle merci esposte e venduta presso i padiglioni di Expo. L’illusione del capitale che produce emarginazione e discriminazione. Che offusca le priorità e pone la ricchezza prima delle persone.

E allora non possiamo combattere il modello Expo con gli strumenti del passato, nel caso specifico una manifestazione seguita da azioni dirette di carattere liberatorio e distruttivo. Considero lo strumento della manifestazione superato poiché politicamente inefficace, allo stesso modo considero politicamente inefficace la sua evoluzione accompagnata da azioni dirette, la cui fine è stata sancita nel 2001 a Genova.

Per “politicamente efficace” intendo azioni dal carattere rivoluzionario poiché capaci di trasformare il conflitto – in questo caso sociale – e di conseguenza l’esistente. In maniera particolare, ritengo politicamente efficaci le azioni che riescono a trasformare la narrazione del conflitto da parte dei mezzi di comunicazione di massa.

In una città come Milano, caratterizzata dal modello Expo e inserita e inserita – emblema – del sistema di accumulazione della ricchezza italiano, considero politicamente inefficace il ricorso all’azione diretta volta a sanzionare le roccaforti del capitale, in questo caso le filiali bancarie. Sulla stessa scia considero le azioni che hanno coinvolto alcune auto dei residenti.

Azioni di questo tempo sono politicamente efficaci, in modo particolare dal punto di vista comunicativo. Risultano però tali quando il contesto in cui si inseriscono è amico, favorevole. Il 1 Maggio 2015 milanese – e in generale italiano – non era un contesto favorevole, e se mai ce ne fosse bisogno, l’immagine della cittadinanza che pulisce i muri imbrattati guidata dal sindaco Pisapia ne è l’esempio più lampante. Un discorso particolare meriterebbe il ricorso a quel tipo di azioni rivolte alla proprietà privata, in questo caso le auto dei residenti, ma non è questo il caso poiché si dovrebbe affrontare un discorso afferente a un ipotetico scenario rivoluzionario, e da questo siamo distanti anni luce, fosse anche la sua variabile di rivoluzione politica di stampo marxista-leninista che ho sempre rifiutato per il suo carattere egemone e assolutista.

Non sto dicendo che queste azioni, a partire dalle manifestazioni, siano inutili. Risulterebbero tali se dovessero ancora essere dominanti date le circostanze sopra descritte, mentre hanno ancora la capacità di produrre l’incontro delle diversità e lo scambio su un piano puramente umano ed emozionale, e in quest’epoca di egoismo volto all’arricchimento è qualcosa di importante. L’azione dominante dovrebbe quindi essere quella che parte quotidianamente dall’individuo nelle sue scelte personali, riversandosi così nella collettività.

Perché in futuro saranno sempre di meno le occupazioni militari e le guerre combattute con le armi tra eserciti regolari e saranno sempre più Expo. Saranno sempre più contesti in cui la massa silenziosa, quella che puliva Milano guidata da Pisapia, è divenuta partito nazionale, nel caso italiano il Partito Democratico.

Per inciso, sia anche chiaro che, oltre la galassia strettamente di destra e “fascista” nel senso storico del termine, ritengo il Partito Democratico l’incarnazione di ogni male politico di questo tempo, del contesto non favorevole e non amico, della mano pulita che porta avanti nel 2015 l’accumulazione della ricchezza di pochi a discapito dei più.

Le guerre ed Expo devastano, saccheggiano, uccidono, ma lo fanno con strumenti differenti. Il 1 Maggio 2015 dovrebbe essere un nuovo punto di partenza per aggiornare i nostri, prima che di nuovi punti di partenza non ce ne siano più.

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