Mirar para escuchar III. Fronterizo

Posted on 27 dicembre 2014

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La pacchia era finita, ne eravamo consapevoli già prima di abbandonare il nostro ultimo, amato bus ADO – così amato che tra di noi c’era già chi lo chiamava “casa” – nell’umida canicola di Ciudad Cuauhtémoc.
Ci rechiamo all’ufficio immigrazione, pochi convenevoli da parte del funzionario messicano e il timbro sul passaporto ci dice che siamo ufficiosamente fuori dal Messico: ma si sa, tra ufficiosamente e ufficialmente c’è una frontiera fisica da attraversare. Abbiamo chiamato un taxi arancione con un fischio collaudato come in Formula U…no, abbiamo semplicemente alzato una mano e il taxista ci ha infilato dentro nell’attesa di riempirlo con altre due persone. E così, tre persone sul sedile posteriore e due, tra cui il sottoscritto, sul sedile anteriore, erano lanciate a folle velocità in quella no man’s land che fa storia a sé tra ogni coppia di frontiere.
La no man’s land tra Ciudad Cuauhtémoc e La Mesilla, Guatemala, mi è rimasta impressa per il paesaggio inaspettato che si apre dinanzi agli occhi dopo una curva a sinistra: una piana costellata di alcune colline di origine vulcanica che sembrano cadute a casaccio dal cielo.
L’impressione che ho avuto è stata quella di trovarmi dinanzi alle Rocce di Guilin, ben conscio di non essere in Cina e di non esserci mai stato. Almeno da sobrio.

Scendiamo alla stazione dei taxi di La Mesilla e, per scrupolo, entriamo all’ufficio immigrazione per il visto d’ingresso in Guatemala. Per scrupolo,  proprio così, perché quel confine io l’ho attraversato anche senza il timbro, salvo poi tornare indietro per evitare grane future.

Come me, centinaia di persone lo attraversano quotidianamente in entrambe le direzioni. Nei giorni successivi, saremmo venuti a conoscenza del fatto che il lungo viaggio migrante che dal Guatemala prova a varcare il confine statunitense costa circa 5.000 euro, quasi quanto l’attraversamento del deserto libico e la smisurata preghiera sul Mediterraneo per raggiungere Lampedusa. “Con una tale porosità fronteriza, se ne deduce che i 5.000 euro sono il prezzo da pagare per il solo attraversamento del Messico”, dissi al mio interlocutore. “Non proprio”, rispose lui, “quei 5.000 euro sono un’assicurazione sulla vita da Città del Messico in poi, e non sempre si arriva a destinazione”. La violenza di ogni frontiera.

A questo punto dovrei scrivere che “iniziò a piovere”: no, iniziò a diluviare. Iniziò a diluviare ed erano circa le 17 del pomeriggio: in una località di frontiera, due cose che dovrebbero far squillare campanelli d’allarme. Ci inerpichiamo sulla strada che porta all’uscita meridionale di La Mesilla, seguendo indicazioni a mezza bocca per la tanto agognata stazione degli autobus. Naturalmente, quella che ci si para davanti non è quella giusta, poiché serve solamente la tratta da e verso Ciudad de Guatemala. Torniamo indietro sotto la pioggia battente e riusciamo a trovare la “vera” stazione degli autobus.

Tuttavia, chiamarli “autobus” è un complimento. Avete presente gli scuolabus gialli che fanno spesso capolino nei telefilm e nei cartoni animati? Quello dei Simpson, per intenderci. Ecco, quelli sono gli autobus in Guatemala. Dopo aver scarrozzato per anni i culi dei bambini e delle bambine statunitensi, sono spediti in Guatemala per un’ultima corsa per poi morire. L’eutanasia degli autobus.
E non sono gialli, sono di mille colori. Colori fastidiosissimi, accesi. Autobus tamarri, con lucine che non farebbero la loro comparsa neanche sull’albero di Natale in piazza del più sfigato dei paesini, neanche nel mio.
Il numero di passeggeri è il doppio di quelli che potrebbero sedere e la strada, manco a dirlo, è un susseguirsi di curve affrontate a una velocità media di 90 km/h: in una parola, hardcore.
Il motore spinge, stride, ulula. La pioggia continua a battere incessante sui vetri. Silvia diventa verde, evidentemente sta per morire.

Arriviamo alle 19.30 a Huhuetenango, capoluogo dell’omonimo dipartimento guatemalteco. Cittadina di fondovalle che anche la guida definisce “anonima, crocevia di altri percorsi più interessanti”. Ci guardiamo attorno, la guida non sembra mentire, quindi ci affidiamo a lei per portarci da Orfeo.
La scelta ricade sull’Hotel Central, stanza al primo piano, all’interno i soli letti. I bagni sono fuori nel ballatoio, le docce al piano di sotto. Un cortile interno con poche piante a dare quel tocco di brio necessario.

Il tempo di poggiare gli zaini e siamo per strada, cena ricca e brindiamo con qualche birra: nonostante la stanchezza, lo spirito è alto. Ricomincia a piovere, pochi passi sotto la pioggia e decidiamo di portare qualche altra cerveza in camera. Le chiacchiere di rito, quelle che durante un viaggio, per quanto gli occhi stiano per chiudersi, non mancano mai. La buonanotte di chi viaggia in compagnia.

Domani ci aspetta un lungo viaggio verso Santa Maria de Nebaj. Spengo la luce.
Clic.

In ascolto: Machine Head – Imperium (Through the Ashes of Empires, 2004)
“Just listen to it
Voice so true inside calling
To pick you up and march you on
Keep from falling
Let go your sorrow
Sun will shine, this I promise
Rising tommorow
Rising”

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