Mirar para escuchar II. Variabili_Libro bianco

Posted on 26 novembre 2014

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Variabili

La distanza tra Città del Messico e San Cristóbal de las Casas è quantificabile in svariati modi.

Il più classico è sicuramente quello che riguarda il Sistema internazionale di unità di misura, cioè il metro. Se un chilometro è composto di mille metri, allora tra Città del Messico e San Cristóbal de las Casas ce ne sono novecentoquindicimila che passano per PueblaCórdoba, Villahermosa e Tuxtla Gutiérrez: la Mexico 150D.

C’è poi il tempo, e qua le cose si complicano. Google Maps è l’unica variabile che si frappone tra la certezza e l’incertezza di quei novecentoquindici chilometri. Ma rimettersi a Google Maps è un atto di fede, non si discute.
Il tempo di percorrenza è invece è una variabile molto più sbarazzina, soggetta essa stessa ad altre variabili:

  • Condizioni atmosferiche
  • Condizioni del manto stradale
  • Lavori in corso
  • Traffico
  • Pausa pranzo
  • Pause al bagno
  • Passeggeri che si perdono durante le sopracitate pause
  • Cambio di autista a ogni principio di colpo di sonno
  • Buoi che attraversano l’autovia
  • Persone che attraversano l’autovia
  • Persone sopra carri trainati da buoi che attraversano l’autovia

A causa di queste variabili, l’ottimistica previsione di dodici ore di viaggio comunicataci presso il punto vendita ADO dell’aeroporto di Città del Messico si rivelò naturalmente infondata. Due ore di ritardo, quattordici ore di bus.

C’era però una variabile che non avevo considerato: il sonno.
Nessun uomo o donna di scienza prenderebbe mai in considerazione il sonno come variabile, ma noi profani siamo fatti così, ci piace tirare acqua al nostro mulino.
L’ansia e la stanchezza accumulati durante le ore insonni sul volo Madrid-Città del Messico mi hanno permesso di bypassare tutto ciò di cui ho scritto fino a questo momento, regalandomi sul bus emozionanti ore di sonno profondo alternate a fugaci istanti di sonno ad occhi aperti: una figura non troppo distante dagli zombie di The Walking Dead. Per questa ragione, in una stazione di servizio nei pressi di Villahermosa sono stato costretto a scattare una fotografia ad una bizzarra insegna pubblicitaria.

1525111_10204990770917846_4097736317504889291_nFino a quel giorno avevo creduto che Vallermosa fosse in provincia di Cagliari: la variabile geografica.
Arriviamo a San Cristóbal alle 23, con pochi ricordi dei novecentoquindici chilometri e delle quattordici ore di viaggio. I 2200 metri sul livello del mare si fanno sentire, e l’aria frizzante sulla faccia e nei polmoni è come un ritorno alla vita. Un taxi arancione ci porta tra i vicoli della capitale culturale del Chiapas, guida furiosa del nostro cicerone, socialità assente da parte nostra. Scendiamo davanti all’ostello che ci era stato suggerito da un’amica prima di partire, un ragazzo sta rincasando proprio in quel momento con una chitarra in mano: “Ciao! Siete il gruppo che arriva a mezzanotte? Vi aspettavamo più tardi”. Sguardi imbarazzati: “Uhm, veramente…”. Il giovane incalza: “Ah, non avete una prenotazione?”, il viso che si increspa a causa delle rughe che stringono gli occhi, le fossette ai margini della bocca che si accentuano, la classica espressione di chi prova pietà. “No, non abbiamo prenotato”, rispondiamo. “Purtroppo siamo pieni, ma più avanti c’è un altro ostello”, ci dice il ragazzo indicando un’insegna poco più in là.

La Posada San Cris – fantasia come se piovesse – si staglia amaranto davanti a noi. Bussiamo sul pesante portone di legno fino a quando un’anziana signora non ci apre e ci fa cenno di seguirla. Nessuna chitarra, nessun segno di divertimento, un certo gusto borghese. Ma la variabile del sonno ancora una volta ci viene in soccorso, e perseveranti nella nostra ascesi verso l’asocialità decidiamo di fermarci: per quella notte andava bene così, 14 euro non avrebbero intaccato il nostro status di nuovi proletari urbani. E poi c’era la colazione inclusa.

***

Libro bianco

Nonostante le svariate ore di sonno sul bus che facevano a pugni con il manuale del buon viaggiatore in caso di jet-lag, il sonno fu tranquillo, ad eccezione di un gallo troppo mattiniero.
Ci affidammo nuovamente alle coccole dell’ADO per raggiungere il confine con il Guatemala, destinazione Ciudad Cuauhtémoc, ben consapevoli che la pacchia finiva lì, perché dal confine a Nebaj sarebbe stata tutta un’altra storia in fatto di trasporti.

L’autobus si arrampicava attraverso le montagne sfiorando i 3000 metri di altitudine. Intorno a noi scorreva veloce un paesaggio stupendo di boschi di conifere, di case sparse e di villaggi. Nell’aria fluttuavano aghi di pino spinti dal vento. Al contrario del giorno precedente, ho impressa nella mente ogni immagine di quel viaggio, e la collego al colore verde, un verde abbagliante.
I volti delle persone che incrociamo a bordo strada sono squadrati, rigidi, austeri. Tuttavia, le loro bocche lasciavano intravedere a volte sorrisi bianchissimi, luminosi, a mezza luna.

Sulle case campeggiavano i simboli del Partido Revolucionario Institucional, il moloch neo-liberista che ha imposto la sua egemonia sul Messico dal 1929 al 1989 e che, dopo un breve periodo di alternanza partitica, è tornato nuovamente al governo con la presidenza di Enrique Peña Nieto. Alcuni messaggi sui muri recitano “yo soy PRI”. In Centro e Sud-America il populismo si esprime così, con pochi fronzoli, ma in quell’angolo di Messico, in Chiapas, penso che ci sia anche dell’altro. Non riuscivo a togliermelo dalla testa. Ostentare appartenenza: allo Stato o contro di esso. Nessuna altra esperienza è concepibile al di fuori dello Stato, almeno questo è quanto si continua a ripetere a qualsiasi latitudine, non solo in Messico.

Tuttavia mi accorsi di essere fortemente suggestionato da ciò che mi ronzava per la testa, dalla proiezione delle mie idee su un luogo, dalla proiezione delle mie idee su un luogo attraverso quello che di quel posto avevo letto. Quasi come se mi aspettassi a ogni angolo la comparsa di persone con il passamontagna dalla stella rossa. Quasi come se dopo ogni curva dovesse comparire un cartello “Territorio Zapatista en Rebeldia”.
Che stupido.

Questo mi fece capire quanto poco ancora conoscevo quei luoghi, la loro storia, la loro geografia, le persone che li vivono. Mi fece capire quanto ero arrivato “impreparato” per la prima volta nella mia vita dinanzi a un lungo viaggio.

Questo mi disturbava e mi eccitava allo stesso momento. Ero un libro bianco, l’unica variabile per la quale valga la pena viaggiare.

In ascolto:
Woven Hand – Story and Pictures (Consider the Birds, 2004)
“Your fire burns for me, red as grace
The blush came easily to your face
Your fire burns for me, red as grace
And she says that none would have her”

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