Mirar para escuchar I. Prologo_Fuga

Posted on 23 novembre 2014

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Prologo

Le pagine che scriverò non saranno un diario. Non saranno un reportage. Non avranno la pretesa di essere un’opera organica né, al contrario, un insieme di articoli raffazzonati. Semplicemente, non saranno.

Non saranno niente di tutto ciò, perché le scrivo a più di tre mesi di distanza da quando quelle vicende sono avvenute. Non saranno niente di tutto ciò, perché ci sarà anche il “me” di quel periodo, diverso dal “me” che ora racconta. Non saranno niente di tutto ciò, perché le analisi scaturite da quei giorni sono ancora in fase di elaborazione, alla luce di un percorso che arriva da lontano. Semplicemente, saranno.

Saranno e non saranno. uguali e diverse dai diari palestinesi. Saranno e non saranno, uguali e diverse dal quadro transnazionale che ammiravo dal cuore del Mediterraneo.

Saranno e non saranno il racconto di quanto vissuto, visto, condiviso, sbagliato, frainteso, amato in quattro settimane tra il Quiché (Guatemala) e il Chiapas (Messico).

Nel caso venisse a mancare la continuità nella pubblicazione, le pagine che saranno e non saranno condivideranno un titolo facilmente riconoscibile, che inizierà sempre con “Mirar para escuchar”.
Non ho la pretesa di essere seguito da frotte di lettori e lettrici, tuttavia ho la speranza che almeno una persona lo faccia, altrimenti non scriverei pagine che saranno e non saranno. Questo lo faccio anche per te, che hai il diritto di non impazzire dietro ai miei deliri ma hai quella scintilla di sadismo a da leggermi.
Inoltre, la riconoscibilità è prima di tutto un mio tratto distintivo, un tratto da disturbo ossessivo compulsivo.
“Mirar para escuchar” è, in ultimo, un omaggio allo scritto del SupMarcos al quale sono più legato: ELLOS Y NOSOTROS. VI.- Las Miradas. 1.- Mirar para imponer o mirar para escuchar.

Queste pagine saranno e non saranno, con rabya y amor.

***

Fuga

Forse è per questo che partiamo, per fuggire. Non sempre, a volte. Io lo faccio sempre. Per me il viaggio è fuga dai pensieri nella loro accezione più neutra, fuga dalle persone, fuga dalla paura di un futuro che, al momento che scrivo, è divenuto presente. Ironia di pagine che sono state e che ora sono.
Perché parto? Per alimentare i conflitti interni che quotidianamente mi divorano, dal momento in cui apro gli occhi a quello in cui li chiudo dinanzi al sonno che incombe. Parto per ascoltare e parto per sbagliare. Parto per emozionarmi ancora una volta, per perdermi e ritrovarmi nella costruzione dell’utopia.

Viaggio lungo quello per Città del Messico, che inizia a Roma e passa per Madrid. Con il senno di poi, posso dire che pensavo peggio, dal momento che era il mio primo viaggio transoceanico.
Come bimbi, a bordo dell’aereo ci siamo subito fiondati sugli schermi interattivi  gentilmente offerti dall’opulenza dell’Iberia: dati in tempo reale, mappe, fusi orari, giochi “da tavolo”, serie tv e film. Un patito  – sì, “patito” non “nerd” – di geografia come me si sarebbe accontentato anche dei dati in tempo reale e delle mappe, ma dodici ore di volo sono tante da riempire. Sembrano il doppio se non riesci a dormire, un po’ come succede a me da sempre quando viaggio in aereo, gentile ricordo della paura di volare che mi ha colpito per quasi due anni. Ora va meglio, nonostante le turbolenze.
Il vero calvario è stato il mal di schiena. Quei sedili, quei maledetti sedili non ne volevano sapere di inclinarsi di più. Dodici ore in una posizione che sarebbe anomala anche per generazioni di giovani che non hanno mai saputo come sedersi su una sedia. Categoria kamasutra, ma senza alcun piacere.

L’alba di Città del Messico ci ha accolto dopo tormentas electricas, lo si vedeva dalle strade bagnate, lo si sentiva nell’aria umida e frizzante.
Controllo passaporti: timbro, dogana, bienvenid@s. Abituato negli ultimi anni all’imbarazzo degli aeroporti europei e alla follia “securitaria” e razzista di Tel Aviv, è stata quasi una prima volta.

Ci siamo subito recati al punto vendita ADO degli arrivi internazionali e abbiamo acquistato i biglietti che ci avrebbero portato a sud, verso San Cristóbal de las Casas, Chiapas. Quel Chiapas che negli ultimi mesi è divenuto per me un’ossessione.

La metro è stato l’abbraccio caotico e caldo fatto di uomini e lamiere che Città del Messico dona a ogni nuovo arrivato. La compostezza delle persone nell’attendere la discesa dei passeggeri che si tramuta nell’immediata ferocia per prendere posto sul vagone. Una battaglia fisica fatta di spinte, di sguardi, di sospiri.

La stazione TAPO, quella orientale, era un brulichio di voci, odori, altoparlanti che esplodono in ogni testa ancora assonnata. Nonostante il volo transoceanico, l’istinto misantropo faticava a a fare capolino, soppiantato da sensazioni positive, sensazioni di vita. Potere del viaggio.
Ricordi di Palestina, di Senegal, di Tunisia e di Algeria. Ricordi di tanti luoghi che mi porto dentro, di quell’umanità che mi ha fatto crescere, che mi ha formato, che mi trasforma quotidianamente e fa deflagrare le mie ambiguità.

La colazione dei campioni consisteva di un bocadillo con queso blanco – dopo aver gentilmente declinato quello con queso de puerco, che di momenti per abbandonare il mio vegetarianismo non ne sarebbero mancati – e una frittella di mais schiacciato con peperoni e formaggio.
Ed eravamo già per strada, sopra un bus che in tredici ore ci avrebbe portato a San Cristóbal.

Strade larghissime che si perdono nell’orizzonte, questo è il Messico. Il treno, “la Bestia“, è cosa per migranti, per il resto c’è l’asfalto. A dire la verità, tutto in Messico mi sembrava più grande: “Vorrei una porzione XL di mondo, grazie!”, pensavo.
Nei miei occhi che si aprivano e chiudevano, si avvicendavano vulcani ammantati di neve, brulle praterie, selve verdeggianti.
Pochi sedili davanti a me, una bimba mi guardava con aria curiosa, facendo capolino su fino al naso. Le sorrido, lei fa altrettanto. Avrei portato anche il suo ricordo con me, fissando quel momento sulle bianche pagine del taccuino.
Un respiro profondo, la fuga era iniziata.

p.s. Sono solito chiudere i miei racconti di viaggio con quello che sto ascoltando al momento della scrittura, quindi
Ruggine – Pin Up (Iceberg, 2014)
“Resta ad ascoltare:
vorrei farti tremare ancora una volta
per farti ardere il cuore”

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