Capo Frasca e la “purezza ideologica”

Posted on 11 settembre 2014

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“Morale della favola: gli eventi accaduti nelle ultime settimane e il modo in cui i media li hanno trattati hanno irreversibilmente trasformato il senso percepito dall’opinione pubblica della manifestazione del 13 settembre: e non poteva essere diversamente. Ecco perché anche tanti non indipendentisti saranno presenti a Capo Frasca. Non ci fossero stati questi cinque fattori la manifestazione avrebbe mantenuto la sua “purezza ideologica”: ma non avrebbe avuto l’impatto che sta avendo ora.”


Questo è quanto scrive Vito Biolchini sulla
MANIFESTADA NATZIONALE CONTRA A S’OCUPATZIONE MILITARE DE SA SARDIGNA e sulle ragioni dietro l’exploit della stessa. Nonostante ne condivida l’analisi in termini generici, la frase citata riassume quelli che io considero i limiti strutturali del suo ragionamento, ampiamente diffuso in ampi strati della società sarda.

La questione delle servitù militari non coinvolge unicamente dipendentisti e indipendentisti, nonostante sia incontestabile che i secondi, negli ultimi anni, si siano spesi sul tema molto più dei primi. Nettamente più dei primi.
La questione delle servitù militari è ben altro.
Dal momento che viene menzionata nell’articolo, prendo spunto dall’esperienza No Tav, alla quale vorrei aggiungere quella NO MUOS. Senza entrare nel merito della pochezza argomentativa di Adriano Bomboi sulla questione violenza/nonviolenza, entrambe le lotte territoriali dovrebbero rappresentare un esempio al quale le lotte territoriali in Sardegna dovrebbero guardare.

La ragione è da individuare nelle motivazioni che hanno spinto i territori della Val di Susa e siciliani a levarsi contro la realizzazione di queste opere, dal momento che in quei contesti non è presente la dicotomia dipendentisti contro indipendentisti: è una questione di sovranità territoriale.
Per sovranità territoriale non mi riferisco certo al feticcio del “sovranismo” – tanto di moda in Sardegna in questi ultimi mesi – quanto al diritto della popolazione di scegliere il modello di sviluppo socioeconomico da adottare sul territorio. Per questa ragione, in entrambe le lotte territoriali trovano spazio anime differenti: ambientalisti e gli antimilitaristi, persone con idee politiche ben definite e persone con poco tatto rispetto alla politica, giovani e anziani, donne e uomini, credenti e non credenti.
Sono definite “lotte popolari” perché riescono a mettere insieme tutte le componenti societarie; tutte declinano le loro particolarità, che sono una ricchezza per la lotta, all’interno di un più grande ragionamento condiviso: il modello socioeconomico rappresentato da quelle opere, il TAV e il MUOS, è lontano da quello auspicato dalle persone che abitano i territori coinvolti.

E’ in quest’ottica che si dovrebbe analizzare il mancato sdoganamento popolare di quella che può essere considerata la più grande lotta territoriale avvenuta in Sardegna negli ultimi anni: No al Progetto Eleonora – Nessuna trivellazione ad Arborea. Il movimento non è mai stato di massa perché non ha posto in maniera forte un approccio sistemico dietro le ragioni del no; un approccio diffuso tra i vari movimenti sardi, che cadono spesso vittima dell’approccio NIMBY (“not in my back yeard”), cioè quello di “riconoscere come necessari, o comunque possibili, gli oggetti del contendere ma, contemporaneamente, nel non volerli nel proprio territorio a causa delle eventuali controindicazioni sull’ambiente locale” (cit. Wikipedia, bibbia dei pigri).

E’ vero, sabato 13 settembre ci saranno tante anime a comporre la manifestazione, non si può tornare indietro.
E’ per questa ragione che, nel prendere la parola, gli organizzatori e le organizzatrici dovrebbero esaltare le differenze che hanno prodotto i grandi numeri. Allo stesso tempo, proprio per non lasciarsi sfuggire l’occasione della presenza di tante persone, dovrebbero affermare, una volta per tutte, che il modello socioeconomico che il militarismo esprime è nocivo in Sardegna come nel resto del mondo, e bisogna iniziare a parlare di questo.
Un modello socioeconomico che ha imposto negli anni ’50-’60 un’industrializzazione forzata dei territori sardi e ora si ricicla nella soluzione “verde”.

Dal 1954, i prodotti per cui la Sardegna è divenuta famosa non sono né il mirto, né il pecorino ma dipendenza e ricatti coloniali: questo o niente. Occupazione con ricaduta sulle persone e l’ambiente, sul tessuto sociale. Altrimenti niente.

Un modello socioeconomico che ha un nome ben preciso: capitalismo, nelle sue espressioni neoliberista e corporativista. Tante persone ormai hanno paura ad usare il termine “capitalismo”, perché demodé.
A questo si aggrappano con cieca fede il Presidente della Regione Sardegna e il partito che rappresenta: al modello e alla cancellazione di questo dalla memoria storica.

Queste sono le considerazioni da fare prima della manifestazione, altrimenti dopo il 13 settembre sarà nuovamente silenzio. Interrotto solo dall’esplosione degli ordi(g)ni a Capo Frasca, Teulada, Quirra.

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