La Sardegna come laboratorio

Posted on 16 febbraio 2014

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Sono trascorsi cinque anni dalle ultime elezioni in Sardegna, elezioni che videro la vittoria di Ugo Cappellacci contro Renato Soru per 86.484 voti di differenza: in una terra di circa 1.600.000 abitanti si può definire una vittoria “netta”.
In questi cinque anni sono cambiate tante cose, ma soprattutto sono cambiato io, ed è questo il contenuto di ciò che segue. Tuttavia, dal momento che “io” sono anche parte attiva di questa società e che “io” non sarei “io” senza il bagaglio di esperienza che mi porto dietro, la mia autobiografia è anche politica. Soprattutto politica.

Essendo domenica 16 febbraio, data delle nuove elezioni in Sardegna, vi aspetterete che questo post sia un endorsement, ma non è così. Il motivo è riportato di seguito, sulla falsariga di quanto scritto un anno fa.

Non ho più votato per le elezioni politiche italiane dopo il 2006 per un motivo che considero valido ancora oggi: nessun partito ha mai soddisfatto i valori che mi caratterizzano in quanto persona. Quando qualcuno di questi ci è andato vicino, erano gli elettori a farmi desistere dal voto. Mi guardavo intorno e vedevo tanti “ma” deambulanti. Ho sempre creduto nell’influenza del cittadino sulla politica, e tutti quei “ma” mi facevano paura se tramutati in richieste dalla piazza.

Non ho più votato per le elezioni politiche italiane dopo il 2006 perché ho sempre ripudiato con veemenza l’idea del voto utile. Stando alle regole della democrazia rappresentativa, i partiti politici dovrebbero impegnarsi con idee e azioni per avvicinare a sé gli elettori, ma “il possibile” non ammette una forzatura. Se l’elettore non vota ha spesso un buon motivo. Un voto di paura è solamente un numero, non è un’idea.

Non ho più votato per le elezioni politiche italiane dopo il 2006 perché non ritengo il voto fondamentale. Esistono tanti altri strumenti sani per esprimere consenso, conflitto, proposte. Lo si chiami attivismo, cittadinanza attiva, militanza: ognuno potrà ricamare su di sé il termine più adatto. Lo si chiami studio, ricerca. Lo si chiami passione. Questi sono tanti altri modi che abbiamo per influenzare la politica partitica e per superarla.

Non ho più votato per le elezioni politiche italiane dopo il 2006 perché amo l’idea di democrazia ma non penso si sia ancora concretizzata. Sì, forse il voto è l’espressione massima di democrazia rappresentativa, ma questa non è tutta la democrazia. E siamo sicuri che la democrazia rappresentativa sia una sfumatura di democrazia? Nel secondo dopoguerra, i partiti erano tutto, o quasi. La democrazia rappresentativa era per molt* the best game in town, e la rappresentanza funzionava spesso: al voto corrispondeva l’idea che l’elettore aveva della politica partitica, e i partiti rispondevano.

Ma ora? In un mondo dove i confini dell’influenza politica sono abbattuti con la stessa velocità dell’innalzamento dei muri fisici, che separano, chi crede nella democrazia rappresentativa dovrebbe avere il coraggio di chiedere che il voto diventi transnazionale, e non mi riferisco alle elezioni per il Parlamento europeo. Perché un palestinese dei Territori Occupati non dovrebbe votare per le elezioni israeliane? Perché un cubano non dovrebbe votare per le elezioni statunitensi? Perché un greco non dovrebbe votare per le elezioni tedesche? Di esempi ce ne sono tanti, e la loro presenza non è nient’altro che il risultato della globalizzazione.
Una globalizzazione delle merci e degli interessi, non delle persone. Una globalizzazione che, come scrive Zygmunt Bauman, ha tramutato la libertà di movimento in un privilegio, acuendo la forbice tra le classi sociali, mutando le stesse.
Una globalizzazione che è figlia del capitalismo, un capitalismo che è espressione del corporativismo. Considerati i fatti, non ho paura di dire che la democrazia – ancora – non esiste.

La risposta alle domande di sopra è quindi scontata: il voto transnazionale andrebbe ad intaccare dinamiche di dominio, per questo è escluso dal gioco della democrazia rappresentativa. E’ questo è uno dei motivi perché la democrazia rappresentativa non è mai stata democratica. Un altro motivo lo evince dall’odierna situazione italiana, che ha visto l’avvicendarsi di tre Capi di governo non eletti negli ultimi due anni, e nessun* ha battuto ciglio. Capi di governo calati dall’alto, una verticalità asfissiante, un’oppressione che si ripercuote sulle persone tramite la violenza economica più che con quella fisica. Forse non serve esplicitarlo, ma la violenza fisica non è comunque cessata, è sempre il guardiano dello Stato e delle sue decisioni: si provi ad esprimere dissenso e poi ne riparliamo.

E in tutto questo, dove sono i difensori della democrazia rappresentativa? Io non ne ho visto alcuno nelle piazze a reclamare con forza un proprio “diritto”. In Italia forse aspettavano che il coup di Matteo Renzi arrivasse da Silvio Berlusconi, allora in quel caso qualcuno avrebbe alzato la voce, ma se lo fa il leader del Partito Democratico allora va bene. Perché è giovane e guida la Smart, naturalmente. Ma ho dubbi anche per quanto riguarda l’altro scenario.

Questi pochi esempi ci dicono una cosa semplice: lo strumento della democrazia rappresentativa è divenuto sempre più un sedativo e un inganno. Un sedativo perché la maggioranza crede che l’impegno politico corrisponda ad infilare la tessera elettorale in un’urna ogni tot. anni, un inganno perché si crede ancora che il voto nell’urna sia volano di cambiamento.

Chi rimane legato alla democrazia rappresentativa dirà che non ho “diritto” di parola, perché il voto conferisce il “diritto” di lamentarsi se dopo lo stesso le cose andranno male, malissimo: insomma, una dittatura della democrazia rappresentativa. Una litania fastidiosa che, ancora una volta, nasconde pigrizia. La pigrizia di chi, piccol* borghese, non ha mai calcato una piazza e di chi pensa che il conflitto sociale sia qualcosa da epurare, da risolvere. La pigrizia di chi, negli ultimi anni, si è riempit* la bocca di nonviolenza come possedut* dal fantasma di Fausto Bertinotti, per il quale la nonviolenza era lo strumento ideale per dividere tra buoni e cattivi. Per questa ragione la nonviolenza è divenuta, non solo in Italia, sinonimo di passività, di emarginazione e di esclusione. In questa maniera, il significato di nonviolenza è stato stuprato.

Mi accorgo solo ora di essermi riferito a Bertinotti con la parola “fantasma”. Vorrei rassicurare tutt* che non è morto.

Perché tutte queste parole per arrivare alle elezioni in Sardegna? Perché tanto chi legge sa che andrò a parare da quelle parti.
Nella loro semplicità, le parole di Roberto Bolognesi sul nazionalismo sono belle, vive, conflittuali, e continuo a ragionarci sopra da tempo. Al contrario suo, io continuo ad avere paura del nazionalismo, non solo perché spesso vira a destra, ma anche perché, chi cercava di superarlo da sinistra, si è poi arroccato in fortezze d’avorio.

Non potrò mai definirmi nazionalista, ma non potrò mai ugualmente definirmi italiano, bensì sardo e persona libera del mondo. E per sardo intendo questo:

 […] comunità di affetti, simboli ed emozioni condivise tra i Sardi e solo tra i Sardi.

Solo a partire da questo nazionalismo riesco a essere inter-nazionalista e io sono inter-nazionalista da sempre e non solo nelle idee, ma nella pratica.

Insomma, è come nella vita emotiva degli individui:  chi non è capace di amare se stesso non sarà mai capace di amare qualcun altro.

Chi non ha rispetto per se stesso non può avere rispetto per gli altri.

Negli ultimi anni ho sviluppato un altro motivo di avversione per le elezioni politiche e, nel caso specifico, per quelle italiane: perché non mi riconosco come italiano. Perché, parafrasando Omar Onnis, se non si conosce la propria storia non ci si potrà mai collocare nella Storia. E senza collocarsi nella Storia si accetta passivamente la narrativa dominante, la colonizzazione culturale e fisica. La Storia della Sardegna è una storia altra rispetto a quella dell’Italia, fino a quando le spinte egemoniche di questa hanno spinto verso la colonizzazione e l’azzeramento culturale. Con il passare degli anni, lo status della Sardegna è passato da “colonizzato” a colonia interna, una dinamica che si manifesta ancora con violenza nello sfruttamento dei territori, nella loro distruzione e nella militarizzazione, sulla pelle della popolazione locale.

Mi riconosco come sardo e come persona libera del mondo perché ogni nazione senza stato ha il diritto all’autodeterminazione, per buonsenso prima ancora che per il diritto internazionale consuetudinario. Mi riconosco come sardo e persona libera del mondo perché per me, l’indipendenza, è un fattore fondamentale nell’emancipazione umana e perché la ritengo un momento necessario affinché il concetto di Stato-nazione venga smantellato e si ripensi all’idea di confine e di Stato. Indipendenza significa denuncia di dinamiche di dominio, clamore, conflitto.Un’indipendenza che è prima di tutto culturale. E no, non quel “culturale” che significa chiusura, quel “culturale” utilizzato alla stregua di “razza” o “etnia” per costruire barriere sociali, per reprimere, per uccidere. Per me “cultura” è proprio quello che descrive Bolognesi: comunità di affetti, simboli ed emozioni.

Quotidianamente faccio mie tutte queste cose in quanto sardo, e allo stesso tempo cerco di filtrarle con una prospettiva transnazionale più che internazionale. “Trans” come passaggio, come interesse, come meticciato. Sono sardo e sono anche palestinese, senegalese, indonesiano, cileno, afghano, italiano. Sono un individuo che vive l’implosione delle barriere dentro di sé, dove tutto è in continuo movimento, in evoluzione. Anche per questo motivo sono sicuro di non attirarmi le simpatie di tante amiche e amici indipendentisti, perché, per quanto molte idee espresse da Sardegna Possibile si avvicinino alle mie, l’indipendenza politica di uno Stato sardo la vedo come un momento utile ma fugace, perché ottenuta l’indipendenza desidero lo smantellamento dello stato stesso.

Per questo, prima ancora della Sardegna indipendente, sogno una Sardegna laboratorio. Questo è il compromesso che ho trovato – per il momento – ai miei conflitti interni.

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