Contro la guerra in Siria (dal 15 marzo 2011)

Posted on 5 settembre 2013

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Domani, alle ore 17.30, si terrà presso Piazza Palazzo una Manifestazione contro la Guerra in Siria, promossa dal Comitato Cagliaritano contro la guerra in Siria.
Per quanto possa contare, non andrò a questa manifestazione. 

Non andrò perché non me la sento più di condividere la piazza con chi si riempie la bocca di retorica, con chi considera una guerra tale solo se è portata avanti da una potenza egemone come gli Stati Uniti, con chi affianca il socialismo arabo con quello europeo o sudamericano, con chi è pronto ad ammiccare a un omofobo fascista come Vladimir Putin, con chi è pronto a difendere Bashar al-Assad, con chi utilizza un linguaggio violento fatto di “ratti” e “sgherri”. 

Se non fosse abbastanza chiaro, non me la sento più di condividere una piazza con pacifisti ad oltranza, perché la posizione di un pacifista è – e deve essere – una sola: né con Assad, né con i ribelli. Poi si può discutere di tutto il resto.

Qual è questo “resto”?

In prima battuta, si potrebbe obiettare che Vladimir Putin non sia un fascista nel senso tout court del termine. Lo è econdo la totalità dei canoni derivati dalla vecchia dottrina politica? No. In modo particolare dal punto di vista economico, il suo modello non si accosta all’autarchia mussoliniana o franchista. Tuttavia, da buon delfino di Boris Eltsin, ha venduto la Federazione Russa all’oligarchia degli idrocarburi e ha esasperato la disuguaglianza dei redditi.
Vladimir Putin è un fascista secondo i canoni predominanti di definizione di questa ideologia? Sì, perché soffoca la cittadinanza attiva e i suoi diritti, in modo particolare la libertà di associazione e la libertà di espressione. In tempi recenti (sic!) ha fatto scalpore la deriva omofoba del governo di Mosca, ma le misure restrittive e violente adottate nei confronti della comunità lgbtqi non sono altro che il riflesso di un sistema autoritario che non vuole essere posto in discussione.
Una situazione che si aggrava quando le rivendicazioni sono portate avanti dalle minoranze etniche, si veda la questione cecena sempre pronta ad essere sfruttata per ragioni di politica interna. In questo caso, è forte anche il sentimento nazionalista russo (con alcuni tratti simili al passato nazionalismo sovietico, anche se differente era il concetto di nazione).

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Questa mattina, il consigliere comunale di Cagliari Enrico Lobina (Federazione delle Sinistre) lancia un appello alla partecipazione per la manifestazione di domani pomeriggio. Scrive:

Oggi la guerra appare lontana, impossibile che accada. Guerra è morte. Guerra è lo smembramento della Yugoslavia, l’occupazione di dodici anni dell’Afghanistan, il bombardamento selvaggio dell’Iraq nel 2003 e della Libia nel 2011. O la pioggia di missili a Gaza nel 2008. E qualcuno le chiama ancora missioni di pace…

 

E poco più avanti:

Non si vuole, in questa sede, discutere del regime baathista e degli effetti di alcune misure economiche neoliberiste sul suo consenso. Ci saranno, ci devono essere, tempi e modi per farlo.

 

No, caro Enrico. Non è così che si ragiona. E ancora di più stupisce che un ragionamento così leggero sia portato avanti da una persona di sinistra. Certamente, la guerra è tutte quelle cose, ma è anche altro. 

Il regime di Bashar al-Assad ha soffocato una rivolta pacifica e in larga misura non-violenta – guidata dai partiti di sinistra siriana- tra il marzo 2011 e l’autunno dello stesso anno. E lo stesso faceva in passato, ma a quel tempo era un buon partner per le cancellerie occidentali, così come lo era Hosni Mubarak in Egitto o Zine El Abidine Ben Ali in Tunisi, come lo sono tanti altri autocrati che governano in Nord-Africa o nel Vicino e Medio-Oriente, in modo particolare nella Penisola arabica. Era il 2010 quando Nancy Pelosi elogiava Bashar al-Assad e quando gli Stati Uniti riaprivano l’ambasciata di Damasco chiusa dal 2005: oggi è demonizzato dagli stessi. 
All’epoca le riforme neoliberiste di Assad erano già in corso, ma negli ultimi tre anni hanno subito una furiosa accelerata e le lusinghe statunitensi sembravano avere effetto, al punto da mettere in discussione le relazioni tra Damasco e Teheran.
Poi ci fu il 15 marzo 2011 con le prime proteste, ed era chiaro che una Siria plurale non avrebbe svenduto il paese al primo offerente. E’ questo che le bombe statunitensi vogliono portare: una nuova ondata di liberalizzazioni escludendo le opposizioni siriane. Un gioco che ha raggiunto la sua perfezione in Iraq, ma il prezzo pagato è stato – ed è ancora – altissimo.

 Nell’autunno 2011, i paesi del golfo con l’Arabia Saudita in prima linea – come già avevano fatto in Egitto – iniziarono a sovvenzionare gruppi jihadisti e qaedisti in Siria (e nelle vicinanze) perché una Siria plurale e in costruzione di democrazia faceva paura per gli equilibri regionali. Una Siria che faceva paura anche a Israele, perché un “nemico” sconosciuto fa più paura di nemico conosciuto come Bashar al-Assad, sempre pronto a voltare lo sguardo dal Golan occupato. Ancora, perché una Siria debole e martoriata dalla guerra civile avrebbe di riflesso indebolito l’Iran, da decenni alleato di Damasco. Non è accaduto niente di diverso dall’eterna “guerra fredda” per la conquista del Golfo Persico e dell’intera regione, manifestatasi già durante la Prima Guerra del Golfo (Guerra Iran-Iraq), che vede le monarchie del petrolio fronteggiare Teheran con l’appoggio statunitense.

In questi giorni, si è spesso sentito che queste analisi debbano stare fuori dal discorso sulla pace. Tuttavia, se gli stessi che richiedono questa elisione portano argomenti deboli, tronchi e/o contraddittori, allora la riflessione sulla pace deve essere completa e scientifica.

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Che differenza c’è tra Vladimir Putin, Bashar al-Assad, Barack Obama e François Hollande? Nessuna. Cambiano le forme di violenza, a volte neanche quelle.
La figura dell’autorità racchiude in sé violenza strutturale. A queste latitudini è prediletta quella economica associata, in misura minore, a quella fisica.

Il più grande abbaglio dell’analisi politica mainstream è stata la cristallizzazione delle categorie, soprattutto quella di “democrazia”.
Samuel Phillips Huntington, scienziato politico statunitense, è stato l’esponente di spicco di questo approccio settoriale, emerso in modo particolare nello studio della terza ondata di democratizzazione. Con il disfacimento dell’Unione Sovietica, il politologo americano valutò la storia del XX secolo sotto la lente dell’alternanza tra autoritarismo e democrazia, con particolare attenzione al concetto di democrazia e ai fattori che la promuovono.

Il testo di Huntington è ambiguo sul significato di “democrazia”, poiché l’unico fattore costante della sua analisi rimane quello elettorale: un regime può essere definito “democratico” se il processo elettorale è libero, universale e  se garantisce l’alternanza al governo di opposti schieramenti. Lo schema di Huntington è debole, perché fallisce nell’individuazione dei caratteri democratici, che dovrebbero essere il primum movens della sua analisi.

Si potrebbe obiettare che la qualità principale della democrazia sia un processo elettorale come quello descritto dal politologo americano, ma il problema permane a causa della sua visione limitata. La democrazia non è solo un regime elettorale, è la realizzazione della volontà popolare, rappresentata da un governo investito dalla cittadinanza e che soddisfa – o almeno tenta di farlo – i diritti di questa nella sua interezza.

Inoltre, in una società globalizzata come quella contemporanea, i diritti dei cittadini sono inscindibili da quelli dei non-cittadini; da questo si deduce che la democrazia non sia solo una vicenda di politica interna ma anche di politica estera.

La limitata concezione di democrazia di Huntington altro non è che l’interpretazione “occidentale” della stessa, in nome della quale sono state commesse gravi violazioni dei diritti umani e l’ambiente è stato piegato ai suoi interessi, soprattutto nel XXI secolo.
Il concetto di democrazia è troppo importante perché sia esplorato con ambiguità o perché sia strumentalizzato. Forse è arrivato il momento che il mondo occidentale si interroghi sul concetto di democrazia, sino a metterne in discussione l’esistenza. Nel XXI secolo, tutti i paesi stanno percorrendo un lento processo di democratizzazione, non sempre lineare e continuo, e alcuni si trovano in una fase di realizzazione più avanzata rispetto ad altri. Tuttavia, non è azzardato affermare che nessun paese abbia ancora raggiunto un qualità democratica totale.

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Questo impedisce di oppormi alla stessa maniera ad Assad, i “ribelli”, Obama o Hollande? Certo che no, e non c’è alcun paradosso.
Riprendo dall’inizio. La posizione di un pacifista è – e deve essere – una sola: né con Assad, né con i ribelli. Partiamo da qua per costruire una visione di mondo diversa, libera dalla violenza economica, fisica e in tutte le altre sue manifestazioni. Liberiamoci dal dominio dell’uomo sull’uomo.
Senza questa riflessione, ci sarà sempre spazio per manifestazioni ambigue come quella che si terrà questa sera in Piazza Yenne, sempre a Cagliari, e promossa dalle nuove destre neofasciste. Come si chiama la manifestazione? A Cagliari No alla guerra in Siria.

Riprendiamoci lo spazio che queste persone vogliono strumentalizzare, per smascherare l’aberrante posizione di desiderare una pace lontana e promuovere una guerra dentro casa, una guerra fatta di razzismo, xenofobia, emarginazione, chiusura.

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