La cultura della guerra nella società sarda contemporanea

Posted on 21 agosto 2013

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Si parla spesso del silenzio della politica sarda riguardo alla militarizzazione del territorio. Silenzio innegabile. Tuttavia, questo silenzio è legittimato da un processo elettorale democratico che non ha mai fatto pressione su questo punto. Si dovrebbe quindi iniziare a parlare del silenzio della popolazione sarda riguardo alla militarizzazione del territorio.

La questione della militarizzazione del territorio sardo è ben riassunta in un passaggio de “Lo sa il vento: il male invisibile della Sardegna” (Porcedda, Brunetti- 2011):

“Qui, in Sardegna, per quanto incredibile a dirsi, trovi sempre qualcuno convinto che e’ meglio un morto in casa che la disoccupazione alla porta, che ti spiega che e’ meglio morire di lavoro che morire di fame. E’ il ricatto che subisce la cavia di qualsiasi esperimento dove la disponibilita’ di cibo e’ legata alla partecipazione. Accettando l’esperimento rischiera’ di morire, non partecipando morira’ di sicuro di fame. I poligoni e l’industria in Sardegna sono un po’ come su casu mrazzu, il formaggio coi vermi. E’ qualcosa che e’ andato a male, non e’ certo bello a vedersi, pero’ spalmato sul pane e accompagnato da olive, puo’ anche sfamare. Se poi ci si aggiunge un bicchiere di vino, magari si trova qualcuno che e’ disposto a far festa. “

E’ una commistione di economia e cultura.
Per quanto riguarda l’economia, sappiamo bene che la Sardegna presenta ancora oggi un modello di sviluppo alquanto instabile. Numerose aree sono state concepite per soddisfare un solo modello economico, e quando questo è venuto a mancare l’intera area ne ha risentito: il Sulcis e l’area di Ottana sono un esempio oggi visibile. In altre aree, questo modello è stato quello dell’economia militare, come ad esempio La Maddalena.
La Maddalena, con la presenza del deposito NATO e della base-appoggio statunitense a Santo Stefano, aveva concepito il suo futuro in quella direzione, investendo numerosi capitali per soddisfare la presenza dei militari e delle famiglie. Un’importate porzione del settore immobiliare e di quello turistico vivevano di quella presenza, del passaparola tra militari, famiglie, amici e conoscenti: insomma, un mercato in espansione. Tra il 2005 e il 2008 – anno dell’ufficializzazione della chiusura della base-appoggio e anno della chiusura ufficiale – la fuga di capitale umano e finanziario ha generato una crisi profonda a La Maddalena e in un parte della Gallura settentrionale, e soprattutto la prima ne paga ancora oggi le conseguenze. Certo, La Maddalena gode anche di un turismo non legato alle stellette, ed è questo che l’ha tenuta a galla, ma il tracollo è sempre dietro l’angolo. La crisi fu evidenziata dall’affaire G-8, legato a un crollo di importanza e di visibilità dell’arcipelago, prima fiore all’occhiello della politica italiana e ora merce di scambio.
L’area di Quirra è oggi una seconda La Maddalena, esempio testimoniato dalla contrarietà di una buona parte della popolazione locale alle indagini del Procuratore Domenico Fiordalisi o alle denunce del Comitato Gettiamo le Basi.

La parte culturale è ben riassunta dalla mitizzazione della Brigata Sassari. Naturalmente, il legame con la questione economica è fortissimo, dal momento che intere famiglie sarde portano in eredità le stellette, figli e figlie trovano lavoro nell’industria bellica (termine che copre l’intero settore, dai militari sul campo alla ricerca scientifica) e così via. E’ un processo di mitizzazione che si realizza nelle surreali suonerie per il cellulare di “Dimonios” o nell’esibizione di modelli di aerei da guerra e altri orpelli presso alcuni pub di Cagliari, perché gestiti da ex-piloti presso la base di Decimomannu.

Le recenti parole del Ministro della Difesa italiano Mauro si fanno forti di questo contesto servile e reverenziale, condito da una retorica bellica e geopolitica che vede l’altro come nemico. Nel 2005, il Ministro della Difesa italiano Martino affermò che la presenza militare a La Maddalena non era più necessaria, perché lo scenario geopolitico era mutato: i focus erano il Medio-Oriente, l’Asia Centrale e il Pacifico. Pochi anni più tardi le cose sono cambiate: quanto accade in Nord-Africa e in Vicino-Oriente è visto con le lenti dell’opportunità e del dominio, e la Sardegna è una pedina fondamentale. Lo si è visto di recente con l’attacco portato dalla NATO alla Libia, quando la base aerea di Decimomannu lavorava a pieno regime. Si preme per la creazione di una Fortezza Europa, e il confine passa proprio nel Mediterraneo: un confine composto di basi militari e radar. Proprio i radar svolgono il duplice ruolo di vedetta militare e vedetta di frontiera, pronti a segnalare l’attraversamento del “confine” dei natanti di migranti e/o richiedenti asilo, anche loro nuovi “nemici” e questione emergenziale. In quest’ottica è da inquadrare l’agenzia Frontex.

A ciò bisogna aggiungere le rinnovate tensioni tra i due principali attori del nostro mare: gli Stati Uniti e la Francia. L’interventismo francese ha creato numerosi malumori a Washington, non solo per quanto accaduto in Libia ma anche in Costa d’Avorio e in Mali; si ripropone così l’antagonismo che aveva portato all’installazione della base di Santo Stefano, ed è per questo che negli ultimi mesi si parla di una sua riapertura.

Da pacifista e oppositore alla risoluzione violenta dei conflitti, l’opposizione ideologica alla militarizzazione del nostro territorio è l’unica che posso concepire, perché le questioni politiche sono strettamente collegate alla cultura e ai modelli (anche economici) che utilizziamo per leggere la realtà: questi si affrontano con le idee. Solo così si potrà confrontare una società – non solo quella sarda – che non vede differenza tra la presenza civile e quella militare in un teatro bellico o in un ambito “di pace”.

Per dirla con le parole di Tiziano Terzani:

“Vogliamo eliminare le armi? Bene: non perdiamoci a discutere sul fatto che chiudere le fabbriche di fucili, di munizioni, di mine anti-uomo o di bombe atomiche creerà dei disoccupati. Prima risolviamo la questione morale. Quella economica l’affronteremo dopo. O vogliamo, prima ancora di provare, arrenderci al fatto che l’economia determina tutto, che ci interessa solo quel che ci è utile?” (Lettere contro la guerra – 2002)

Ecco perché ci si deve opporre alla retorica bellica, che utilizza parole che considerano la presenza militare come giusta se è “un po’”, “nella giusta misura” o “passaggio di consegne di doveri”. Nessun “po’” o “doveri”, la Sardegna deve essere un territorio completamente demilitarizzato, bonificato e di pace.

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