Separazione, controllo e dominio: Israele e il crimine di apartheid

Posted on 27 aprile 2013

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Ho scelto di pubblicare sulle pagine di questo blog la mia Tesi di Laurea Specialistica, dal titolo “Separazione, controllo e dominio: Israele e il crimine di apartheid”. Lo faccio perché la condivisione è democrazia. La pubblicazione è sotto licenza Creative Commons,  ciò significa che potete leggerla, scaricarla, utilizzarla e diffonderla come preferite, via internet e non alle apposite condizioni.
Lo faccio per i motivi che potete leggere più sotto, che compongono l’Introduzione alla Tesi.  A piè di pagina troverete i link per scaricare il file in formato pdf. della Tesi.

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La questione israelo-palestinese è tra le più dibattute nel mondo politico e accademico, a causa delle sua influenza sugli equilibri interni dei paesi del Vicino e Medio Oriente. Il gioco delle alleanze dettato dalla politica estera ha però permesso l’estensione della sua influenza all’intera comunità internazionale.

L’Organizzazione delle Nazioni Unite ha tentato più volte di risolvere questa annosa questione, senza mai riuscirci. Simili sforzi hanno coinvolto anche singoli paesi o comunità di Stati, tra cui spiccano gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Russia (ex-Unione Sovietica), l’Unione Europea e la Lega Araba.

A questi si aggiungono anche i numerosi negoziati diretti tra le delegazioni israeliana e palestinese, privati nel tempo del loro valore; tale vacuità è riscontrabile soprattutto dopo gli Accordi di Oslo del 1993, le cui disposizioni non furono mai portate a termine.

Il fallimento di tutti i tentativi è dovuto a un approccio ormai obsoleto alla regione, incapace di proporre un’analisi critica delle vicende che hanno dato origine alla questione israelo-palestinese.

Ogni proposta di risoluzione si è rivelata ad interim, in previsione di un accordo finale che non è mai arrivato. La temporaneità di questi strumenti ha contribuito alla recrudescenza delle relazioni tra le parti in causa: in questo modo, ogni proposta è divenuta inutilizzabile nel negoziato successivo, poiché non era più compatibile con la realtà sul terreno.

Il simbolo di questo distacco dalla realtà è la cosiddetta “soluzione dei due Stati”: uno israeliano e uno palestinese. La proposta fu presentata in origine dalla Lega delle Nazioni, e poi riproposta dall’Organizzazione delle Nazioni Unite; tuttavia fu puntualmente adeguata alle vicende storiche occorse, segno della sua debolezza e della scarsa lungimiranza.

L’ultimo tentativo di risoluzione della questione israelo-palestinese è stato affidato alla Roadmap for Peace, sponsorizzata da un quartetto composto di Stati Uniti, Russia, Unione Europea e Nazioni Unite.

La Roadmap è una proposta di pace che si adegua all’approccio semplicistico della comunità internazionale alle vicende chiave della questione: l’immigrazione ebraica nella Palestina mandataria, la Prima Guerra arabo-israeliana, la Guerra dei Sei Giorni, l’occupazione militare e civile della West Bank e della Striscia di Gaza.

Negli ultimi anni, ai margini degli organismi internazionali e della politica ufficiale, è emerso un nuovo strumento che intende proporre una risoluzione giusta, pacifica e non-violenta della questione israelo-palestinese: lo studio comparato tra questa e il Sudafrica dell’apartheid.

In particolare, una parte della società civile e un sempre maggior numero di accademici ritengono che le politiche israeliane rivolte alla popolazione palestinese siano ascrivibili a un sistema di apartheid, in maniera simile al dominio e alla segregazione razziale imposti dalla minoranza bianca del Sudafrica alla maggioranza della popolazione: quella nera africana (e non solo).

Questa ricerca si propone di analizzare il nuovo strumento e di verificare se le denunce di apartheid rivolte a Israele abbiano un fondamento nel diritto internazionale.

Il primo capitolo tratta le origini del sistema dell’apartheid sudafricano, con particolare attenzione rivolta alla legislazione discriminatoria nei confronti della maggioranza della popolazione. E’ inoltre presentata la risposta della comunità internazionale alla comparsa di questo aberrante regime, culminata nella stesura della “Convenzione sulla Repressione e Punizione del Crimine di Apartheid” del 1973.

Il secondo capitolo traccia la storia recente della comparazione tra Israele e il Sudafrica dell’apartheid, con la successiva valutazione dell’applicabilità di questo strumento al caso in esame, sotto il profilo del diritto internazionale.

Il terzo capitolo è la parte più importante della ricerca, poiché esamina le politiche rivolte da Israele alla popolazione palestinese, e se queste possano ricadere sotto la giurisdizione della “Convenzione sulla Repressione e Punizione del Crimine di Apartheid”. Dal momento che l’apartheid sudafricano ebbe una forte connotazione spaziale, l’analisi conferisce particolare enfasi alla demografia, alla geografia, all’architettura e alla pianificazione urbana/regionale. In quest’ottica la componente visiva diviene una parte fondamentale della ricerca, ed è composta di mappe, fotografie e immagini.

Il quarto e ultimo capitolo si propone di restituire un quadro complessivo delle conclusioni raggiunte, grazie anche a un importante contributo esterno; la chiusura è affidata alle prospettive future della questione israelo-palestinese, alla luce del nuovo strumento di analisi.


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