Io non vi voto (revisited)

Posted on 23 febbraio 2013

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Il sopracciglio si è sollevato automaticamente alla lettura dei primi commenti al post sulla sua pagina facebook, c’era qualcosa in quelle parole che faceva comparire i punti interrogativi intorno alla mia testa, come nei manga giapponesi.
Poi ho letto l’articolo e i punti interrogativi si sono tramutati in certezze: no, il commento elettorale di Michela Murgia non mi è piaciuto.

La prima volta che votai fu nel 2006, la cornice erano le elezioni politiche italiane, quelle vinte in un finale thriller dalla coalizione del centro-sinistra guidata da Romano Prodi. Quattro mesi prima avevo compiuto diciotto anni e mi avviavo verso la conclusione del percorso educativo superiore, nei due anni precedenti avevo capito che i numeri non erano il mio forte nonostante frequentassi il Liceo Scientifico. All’esame di maturità, un voto di 3/15 nella prova di matematica non fece che confermare le mie impressioni. Nelle materie scientifiche strettamente intese ero scarso come pochi, inutile girarci intorno.
In mio soccorso accorsero professori che mi fecero innamorare di tutt’altro, la storia e la filosofia su tutto. Ad altri invece, il merito di farmi odiare ancora oggi La Divina Commedia. Sono passati otto anni da quei giorni, in maniera ingenua e presuntuosa pensavo di conoscere tutto e il mio voto andò al partito Rosa nel Pugno, perché mi affascinavano gli ideali socialisti ma trovavo anacronistici la declinazione comunista, perché prima di tutto mi interessavano i diritti.

La prima volta che votai fu nel 2006. Fu anche l’ultima.

Non mi sono mai considerato di sinistra nel senso partitico del termine, erano altri i valori che mi muovevano e ancora lo fanno.
Il primum movens è sempre stato l’antifascismo, merito dell’educazione a casa e della passione per la storia. Poi venne il pacifismo, ma i fatti successivi l’11 settembre mi fecero comprendere che ogni pacifismo slegato da antimilitarismo e non-violenza è un valore di carta. Il resto è cresciuto negli anni, come l’internazionalismo, il rifiuto del colonialismo nelle sue manifestazioni passate e presenti, il rispetto per i diritti umani in tutte le sue sfumature.
Si può obiettare che siano valori di sinistra, io ritengo che siano valori di buonsenso. E tanti di questi sono di sinistra solo a livello superficiale, perché nella realtà trovi sempre qualcuno – partito o individuo – pronto a introdurre un “ma” dopo questi valori.

Ecco, io la politica del “ma” l’ho sempre avversata con veemenza.

Nella categoria del “ma” inserisco anche il commento di Michela Murgia, da lei però è stata una mossa inaspettata. Non viene inserito alcun “ma” nel suo ragionamento, ma può essere considerato in tale categoria perché omette, non è trasparente, non è diretto.

Non ho più votato per le elezioni politiche italiane dopo il 2006 per un motivo che considero valido ancora oggi: nessun partito ha mai soddisfatto i valori che mi caratterizzano in quanto persona, in quanto cittadino. Quando qualcuno di questi ci è andato vicino, erano gli elettori a farmi desistere dal voto. Mi guardavo intorno e vedevo tanti “ma” deambulanti. Ho sempre creduto nell’influenza del cittadino sulla politica, e tutti quei “ma” mi facevano paura se tramutati in richieste dalla piazza.

Non ho più votato per le elezioni politiche italiane dopo il 2006 perché ho sempre ripudiato l’idea del voto utile. Penso che un partito debba fare il possibile per avvicinare a sé gli elettorali, ma “il possibile” non comprende una forzatura. Se l’elettore non ti vota ha – nella maggioranza dei casi – un buon motivo. Un voto di paura è solamente un numero, non è un’idea.

Non ho più votato per le elezioni politiche italiane dopo il 2006 perché non ritengo il voto fondamentale. Esistono tanti altri strumenti sani per esprimere consenso, dissenso, proposte. Lo si chiami attivismo, cittadinanza attiva, volontariato. Lo si chiami studio, ricerca. Lo si chiami passione. Questi sono tanti altri modi che il cittadino ha per influenzare la politica. Non ritengo il voto inferiore a questi o inutile, li pongo tutti sullo stesso piano. Tutti utili, nessuno inutile, nessuno superiore.

Non ho più votato per le elezioni politiche italiane dopo il 2006 perché amo l’idea di democrazia ma non penso si sia ancora concretizzata. Sì, forse il voto è l’espressione massima di democrazia elettorale, ma questa non è tutta la democrazia. Ritengo che ci sia un processo di democratizzazione ma che ancora nessun paese lo abbia concluso. Sicuramente alcuni paesi sono meglio avviati di altri nel processo, ma non mi vergogno di dire che la democrazia – ancora – non esiste.

Per tutti questi motivi non condanno l’astensione e anzi la appoggio se inserita in un contesto propositivo.

Tra il 2009 e il 2010 ho messo da parte per un momento questi pensieri e ne ho abbracciato un altro, quello indipendentista per la Sardegna. E’ stato un percorso lungo e difficoltoso, non privo di ripensamenti. Tante persone in passato mi hanno donato gli strumenti giusti per analizzare questo pensiero e ancora oggi sono a loro grato.

Non voglio aggiungere di più da quanto scritto da Michela Murgia nel suo commento, il suo pensiero è il mio pensiero sulla politica italiana in Sardegna e tanto altro si potrebbe scrivere.

Non voterò Grillo perché sono democratica. Non merita il mio voto il partito di un uomo che ne possiede il simbolo e il nome e ha dunque il potere di imporre agli altri il suo arbitrio, altrimenti si porta via la palla e tanti saluti alla partecipazione: ne ho già visti altri. Non posso votare il partito di uno che mentre m’indignavo contro il razzismo della legge Bossi Fini dava ragione alla Lega dicendo che ai rom bisognava chiudere le porte con un “vaffanculo”. Non posso votare il partito di uno che da un palco chiama “busone” un avversario omosessuale e i suoi emuli in Sardegna si sentono autorizzati a paragonare le unioni omoaffettive ai rapporti con le bestie. Non posso votare uno che ha chiamato “vecchia puttana” il premio Nobel Montalcini: sono stanca di chi cerca di delegittimare le donne, umiliandole nella dignità. Non posso votare uno che va in giro a dire che l’Aids non esiste, non proprio io che nella giornata contro l’AIDS ero a Sassari con padre Morittu e gli ospiti della sua comunità di accoglienza per i malati sieropositivi. Non voterò uno che rifiuta di andare a rispondere alle domande dei giornalisti e preferisce il monologo di piazza, così comodo, così privo di contraddittorio. A molti sembra bastare lo schifo degli altri per chiudere gli occhi sul suo, ma per me anche la sua politica è morta.

Non voterò il PdL perché se non ci fosse stata Fukushima oggi la Sardegna avrebbe le centrali nucleari e dovrebbe anche dire grazie. Non lo voterò perché ha illuso con ciniche promesse i lavoratori del Sulcis terrorizzati dalla disoccupazione e poi, con la complicità dei consiglieri locali del suo partito, se li è dimenticati. Non lo voterò perché non ha avuto il minimo scrupolo a cercare di escludere la Sardegna dal master plan delle rotte marittime europee, ledendo la nostra libertà di movimento e di impresa. Non lo voterò perché mentre in consiglio regionale si discuteva del caso Quirra, il sottosegretario forzitaliota Giuseppe Cossiga faceva sapere ai nostri consiglieri che l’occupazione militare della Sardegna non è a Cagliari che la si decide. Non lo voterò perché ha regalato alla mia isola il governo peggiore degli ultimi 50 anni, e giuro che non era facile: dal caro trasporti al definanziamento del Master&Back, dal tentativo di smantellare la legge salvacoste alle nomine indegne di amici e parenti, la vergogna dei baronetti locali rispecchia in maniera precisa la vergogna del Pdl italiano. E tutto questo per tacere del suo capo. La loro politica è morta.

Non voterò Monti perché sono allergica alle destre reazionarie, tanto quelle retrive e illiberali (leggi PdL e UDC) che quelle tecnocratiche eterodirette dai banchieri; in un anno di operato del governo Monti non si conta un solo provvedimento a favore delle fasce deboli. Dal punto di vista del lavoro e dello stato sociale la dirigenza montiana si è mossa sulla stessa falsariga del governo Berlusconi, che non a caso gli ha votato tutti i provvedimenti. Il risanamento dei conti, anziché orientarsi verso una tassa patrimoniale sui ricchi, ha preferito aumentare quelle sulla casa dei poveri. La riforma Fornero sta spingendo tutti i contratti a progetto non verso la regolarizzazione, ma verso la giungla delle partite IVA. Il risanamento dei conti mi interessa molto meno del mondo in cui viene realizzato: per ora lo si è fatto sulla pelle dei poveri e dei deboli. Anche sul fronte dei diritti civili c’è il buio totale: Mario Monti ha già espresso la sua contrarietà ai matrimoni tra persone omosessuali e io sono stanca di vedere la vita dei cittadini gay trattata come un aspetto irrilevante della vita civile; ma come potrebbe essere diversamente con un premier che si allea con Casini, Fini e Montezemolo? La loro politica è morta.

Non voterò il PD perché ho buona memoria: quando ha avuto l’occasione per varare una pur blandissima legge per regolarizzare le unioni di fatto, quel partito si è spaventato della piazza e ha permesso che venissimo riportati al medioevo dei diritti civili. Il giorno in cui il delinquenziale scudo fiscale di Tremonti passava per 20 voti di differenza, il PD aveva 22 parlamentari assenti o in missione, alcuni dei quali si stanno ricandidando adesso. In compenso per votare il rifinanziamento delle missioni militari all’estero c’erano tutti, parlamentari sardi compresi. Il PD è un partito dove le politiche sul lavoro sono sempre state timide e più preoccupate dei costi agli imprenditori che non dei diritti di chi lavora; è un partito dove i traffici con le banche sono identici a quelli dei partiti di cui si pretenderebbe antagonista; è un partito che fa le primarie a spese dei suoi elettori e poi fa rientrare i trombati dalla porta di servizio. Soprattutto è il partito che ha rimandato al mittente le giuste richieste sarde sulla vertenza entrate, facendole diventare un nulla di fatto. Potrei continuare, ma credo sia sufficiente per dire che non voterò nè il PD nè chi lo sostiene per calcolo elettorale, compreso Vendola: la loro politica è morta.

Non voterò Ingroia perchè non mi piacciono le forche, non mi piace l’ostentazione di eredità morali vere o presunte e non mi piace vedere il nome di una persona sola su un simbolo elettorale: di tribuni del popolo ne ho abbastanza, da qualunque parte vengano. Ma soprattutto non lo voterò perché, per quanto non metta in dubbio la sua migliore qualità morale rispetto agli avversari, resta un politico con una visione della Sardegna accessoria ai problemi italiani: non è forse sua la proposta di riaprire il carcere dell’Asinara come risposta al sovraffollamento dei detenuti? Che quell’angolo di paradiso sia da anni tornato in mano ai sardi evidentemente gli appare del tutto privo di rilevanza. Capisco che l’Italia abbia bisogno di altre carceri, ma ai sardi servono invece scuole e spazi civici dove costruire la propria cittadinanza. Una politica che ragiona in termini di occupazione del territorio a fini punitivi per me è morta.

Quello che rinfaccio a Michela Murgia è il “non voterò perché”, è l’impostazione che mi sembra sbagliata. Io “critico questo partito italiano perché”, questo è corretto. Chi legge il suo blog lo sa, conosce il suo spirito indipendentista e il suo lodevole attivismo per la causa, io critico però una manifestazione non chiara delle sue intenzioni in un momento comunque importante come le elezioni politiche italiane. C’è il riferimento alla campagna del bollo nero lanciata da ProgRes – Progetu Republica, ma è un link nel testo che chissà quanti leggeranno. E il riferimento finale al “meno peggio” è inadatto alla struttura del discorso che sarebbe dovuto essere ma non è stato.

Quello che Michela Murgia avrebbe dovuto scrivere era questo: “io non vi voto perché non mi riconosco nelle elezioni politiche italiane, perché voglio una Sardegna indipendente, perché la politica italiana e quella sarda manovrata dalle segreterie italiane non fanno gli interessi del mio popolo”. E poi tutto il resto.

Ecco spiegato il motivo di quei commenti, di quei punti interrogativi.

“Quando dovrò decidere del governo della mia regione, allora sceglierò.”
Oggi non mi piego alla logica politica italiana.

p.s.

Se anche mi fossi sentito rappresentato nelle elezioni italiane, non avrei comunque votato per i motivi validi tra il 2006 e il 2010.

p.p.s.

«E poi la Sardegna fa parte del Mezzogiorno, e io mi sono sempre occupato dei problemi del sud».

Lello di Gioia – Candidato alla Camera nella lista PD Sardegna

Ah, ma così?


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