27 gennaio. Giornata della tristezza

Posted on 26 gennaio 2013

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Domani sarà il 27 gennaio, data internazionalmente riconosciuta come “Giornata della Memoria”, momento di raccoglimento e denuncia della follia genocida dell’Olocausto, “Shoah” in ebraico, perpetrato dalla Germania nazista e dai suoi alleati verso gli ebrei d’Europa, omosessuali, rom e sinti (“Porrajmos” in lingua romanì), Testimoni di Geova, Pentecostali, slavi, malati di mente e portatori di handicap.
Sette milioni di persone persero la vita nei campi di concentramento e di sterminio, le cifre certe forse non si sapranno mai.
Chi legge però la storia la conosce, non c’è bisogno di dilungarsi troppo.

Frequento il web da circa dieci anni, e gli atteggiamenti delle persone dietro un computer mi hanno sempre affascinato tanto da divenire un “hobby” nella forma dell’osservazione sistematica. A questo si deve aggiungere la passione per la storia, le relazioni internazionali e tutto quel mondo gassoso e affascinante che ruota intorno ad esse. Con gassoso intendo un’entità intangibile e astratta, o almeno questo è quello i più tendono a pensare, i riscontri però sono reali e influenzano la vita di tutti secondo il butterfly effect.

Questo preambolo lo utilizzo per descrivere uno dei fenomeni di massa virtuali che più interessa e, come spiegherò, mi nausea: l’isteria collettiva che si scatena il 27 gennaio. Sarò breve e schematico.
Da una parte vi è il mondo dei media mainstream, dall’altra quello della rete, luogo di democrazia lontano dal pensiero unico. Già nei giorni precedenti il 27 gennaio i media si affannano nella trasmissione di servizi riguardanti quella pagina buia di Storia contemporanea, una delle peggiori nella travagliata parentesi umana. Di ieri, ad esempio, un bel servizio di RaiNews24 o le notizie aberranti provenienti da Napoli.
La rete fa da contraltare gettando nella mischia la questione palestinese, il conflitto arabo-israeliano, la Nakba, citazioni falsamente attribuite a Primo Levi e parole che rasentano il negazionismo dell’Olocausto o ci approdano in maniera diretta. “Perché?”, mi chiedo.

Chi legge questo blog conosce il mio pensiero, non ho bisogno di giustificazioni per la mia nausea. Perché, diciamolo con franchezza, l’isteria collettiva di chi supporta la causa palestinese raggiunge il suo apice in questa giornata. Una folla invisibile che divora i tasti del computer per affermare che l’Olocausto sia strumentalizzato per nascondere la tragedia palestinese, c’è chi sminuisce i dati, chi ricorda Deir Yassin, Tantura e Kybia. Che l’Olocausto sia strumentalizzato per una vastità di ragioni è cosa risaputa, non c’è bisogno di dannarsi l’anima, Norman G.Finkelstein,  lo descrive bene ne “L’Industria dell’Olocausto”.

La mia critica a tanta isteria poggia su due basi, una strumentale e la seconda etica. A livello strumentale, i toni e i contenuti utilizzati dai più per criticare tale strumentalizzazione sono a loro volta strumentalizzati da una potenza mediatica infinitamente superiore, tacciando di antisemitismo un intero movimento, quello di solidarietà alla causa palestinese. Lo sappiamo bene che non è così – nonostante un gran numero di figure potrebbe benissimo starne alla larga, dai nuovi movimenti di destra a quelli che hanno trovato una collusione tra neo-fascismo e maoismo -, ma è anche realista comprendere contro cosa si sta lottando, un sistema di informazione allo stadio terminale che non ha interesse a dare voce alle storie “altre”. Non è stato il popolo ebraico a infliggere tanta sofferenza alla popolazione palestinese, è stato un gruppo di potere politico che sappiamo definirsi “sionista” – nella sua corrente politica e revisionista – , che a sua volta ha strumentalizzato la tragedia degli ebrei durante il loro massacro per scopi coloniali. Generalizzando, si cade nella trappola di chi vuole associare Israele alla casa di tutti gli ebrei: Israele non è e non dovrà mai essere uno Stato ebraico, ma uno stato di tutt*. Allo stesso modo, non dovrà mai esistere uno Stato-nazione su base etnica, e si potrebbe andare avanti sino a mettere in dubbio lo Stato-nazione generalmente inteso, ma non è questa la sede. Difficilmente ci sarà una persona non avvezza a queste vicende che sarà raggiunta dalla denuncia di tali strumentalizzazioni, ancora di più se si fa con toni ridicoli, populisti e sterili. La persona non avvezza a queste vicende bollerà la denuncia come “la solita critica spinta da sentimento antisemita”. 

C’è poi il livello più importante, quello etico: lasciate in pace la Giornata della Memoria. Smettetela. La Giornata della Memoria nasce con gli intenti che ho esposto all’inizio, per nessun’altra motivazione. Ci serve ad affermare ad alta voce “nunca màs!”, mai più. La memoria di quei morti e di tutto quel sistema di sofferenza che gravitò intorno deve essere impresso a fuoco nelle menti di tutti, proprio perché crimini tali non si ripetano. La Storia ci ha insegnato che non è così, purtroppo. Non strumentalizziamo a sua volta la Giornata della Memoria, facciamo silenzio e meditiamo, almeno per il 27 gennaio. Oppure facciamo in modo che tutte categorie di individui morti durante l’Olocausto siano ricordate. E poi battiamoci tutti i giorni dell’anno perché altre Giornate della Memoria vengano istituite, per fare in modo che ogni genocidio e pulizia etnica abbiano il loro ricordo internazionalmente riconosciuto. Non voglio elencarli, la lista è lunga per entrambi i casi e ognuno avrebbe uguale importanza da essere menzionato.

La mia speranza è che il 15 maggio diventi in futuro la Giornata di Memoria della Nakba, la pulizia etnica della Palestina – è bene ricordare che esiste già  la Giornata Mondiale di Solidarietà con il Popolo Palestinese – e che tutte le altre “catastrofi” e “devastazioni” abbiano uguale riconoscimento mediatico e popolare. Dal 28 gennaio impegniamoci perché sia così.

Lo scrivo oggi, 26 gennaio, perché chi lo legga ci pensi due volte prima di essere posseduto dall’isteria da tastiera, perché fa un torto alla causa che più sente, perché fa un torto alla dignità umana. Perché domani non diventi la “Giornata della tristezza”.

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