Falastin diaries – Come un cappio al collo

Posted on 6 novembre 2012

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Da Kafr Qaddum a Qalqilya si ha l’impressione di non essersi mossi mai, cambia la geografia ma il problema te lo porti dietro, un problema chiamato occupazione.
Da più di un anno Kafr Qaddum si mobilita settimanalmente per chiedere la riapertura dell’ingresso settentrionale del villaggio, ora ostruito da una roadgate posta dall’esercito israeliano durante la Seconda Intifada come misura di “tutela” per l’adiacente colonia illegale di Qedumin; prima del blocco stradale gli abitanti impiegavano pochi minuti per raggiungere Nablus mentre ora sono costretti a circumnavigare l’enclave passando da sud, un tragitto percorribile in più di mezz’ora. E la vita quotidiana non può far altro che adattarsi a condizioni che vanno peggiorando.

Trenta chilometri più a ovest Qalqilya pare aver perso ogni spinta di dissenso. La Road 55 degrada verso la pianura e il cappio al collo di Qalqilya si palesa come barriera elettronica e pareti di cemento, pochi metri oltre l’espansione di Alfe Menashe e Zufin è la mano che stringe il nodo, svelando ancora una volta l’ipocrisia che si cela dietro motivazioni di sicurezza.

A differenza delle altre città palestinesi Qalqilya ha un’aria sorniona, stenta a svegliarsi nonostante l’ora tarda, il mercato non è un brulicare di voci ma un bisbiglio che procede a singhiozzo, un soffio vitale che è stato razziato dalla costruzione del muro.
Jaljulia Street rappresenta il declino di una città, la memoria amara di un tempo che non c’è più, a partire dal nome; Jaljulia è una città palestinese situata a sud-ovest di Qalqilya dall’altra parte della Green Line, annessa da Israele nel 1951.
La strada che ne prende il nome è ora un cimitero di esercizi chiusi e desolazione umana come lo è con Shuhada Street , ma come tante altre realtà palestinesi pare che anche l’attivismo abbia figli e figliastri e i riflettori su Jajulia Street sono spenti da tempo. La folata di speranza che ancora circonda la principale arteria di Hebron qua ha lasciato il posto alla rassegnazione e all’abbandono. Un commerciante locale racconta della conversione del suo market in asilo, una soluzione forzata ma necessaria per sanare un bilancio degli affari da tempo negativo.

Poche centinaia di metri più avanti Jaljulia Street si interrompe,  muore sotto la barriera, una strada che porta verso la solitudine di poche serre e uno spazio per l’apicoltura, tutto intorno è una cloaca malsana monitorata da una torretta israeliana.
Cani e asini sono le uniche forme di vita che si avventurano da queste parti, ultimi custodi di un lembo di terra morente.
Solo le scritte sul muro sembrano ancora resistere, “the only peace Israel wants is a piece of my land”.

*E’ di ieri la pubblicazione di un report di B’tselem a titolo Arrested Development; Qalqilya è uno dei casi analizzati

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