Falastin diaries – Sumud vs. Hafrada

Posted on 10 ottobre 2012

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Quando si parla di Palestina ci sono alcune parole chiave che emergono ciclicamente dal dibattito, Intifada è sicuramente la più nota perché è riuscita a ritagliarsi il suo spazio mediatico grazie al carattere dirompente e popolare.
Si ignora però che l’Intifada non è una sollevazione improvvisa ma le sue radici affondano nel quotidiano dell’occupazione, in modo particolare dopo gli avvenimenti del 1967; il carattere inatteso della protesta è la risposta all’insostenibilità delle violazioni in un dato momento storico, il materializzarsi di un approccio alla vita che si traduce in sumud.

Sumud è traducibile in numerose forme, l’inglese suggerisce steadfastness mentre la lingua italiana non ha ancora trovato un corrispettivo adeguato. Tradurre sumud come fermezza è corretto ma incompleto, allo stesso modo lo sono perseveranza incrollabile e resistenza: la somma di questi termini potrebbe indicare l’integrità dell’ideale.

L’area delle South-Hebron Hills fu chiusa dalle forze di occupazione israeliane negli anni’70 per essere utilizzata come luogo di addestramento delle truppe nei Territori Palestinesi Occupati, noto come Firing Zone 918.
Di recente il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak ha annunciato l’evacuazione di otto dei dodici villaggi che la compongo: Khirbet al-Majaz, Khirbet at Tabban, Sfay, Khirbet al-Fakheit, Halaweh, Mirkez, Jinba e Kharoubeh.
Altri quattro, Mufaqarah, Tuba, Maghayir al-Abeed e Khirbet Sarura saranno momentaneamente risparmiati, sebbene la loro sorte rimanga critica, in quanto sistematicamente vessati da ordini di demolizione ed esposti agli attacchi dei coloni di Ma’on, Karmil, Suseya e Mezadot Yehuda, quattro dei settlement che circondano l’area costituendo una seria minaccia per una zona che rischia di essere isolata. Circa 1500 persone potrebbero presto rimanere senza casa.
Secondo le parole di Barak, gli abitanti dei villaggi potranno coltivare le proprie terre durante il fine settimana e le festività ebraiche, e nel corso di due periodi (di un mese) ogni anno, durante i quali le esercitazioni militari israeliane vengono interrotte. (1)

Gli abitanti delle South-Hebron Hills conoscono bene la parola sumud e non si fermano all’interpretazione statica che si limita all’esistenza dei palestinesi nella loro terra. La loro idea di sumud ricalca la dicotomia passiva-attiva della non-violenza gandhiana ponendo l’accento sull’azione che legittima l’esistenza.
Il 24 novembre 2011 l’esercito di occupazione israeliano demolì la Moschea di Mufaqarah ma il giorno seguente la popolazione del villaggio e delle comunità circostanti iniziò i lavori di ricostruzione. Il 19 maggio 2012 l’esercito intimò alla popolazione di interrompere i lavori portati avanti senza apposito permesso; la comunità di Mufaqarah ha continuato però a infrangere la legge di un’autorità illegale, ultimando la struttura principale della Moschea. Solo il tetto mancava, almeno sino a due giorni fa.

E’ difficile descrivere quanto visto, l’esperienza che manca e non assiste la memoria, solo alcune immagini dei lavoratori gazawi che scavano i tunnel sotto la Striscia possono avvicinarsi all’accaduto. Non è un caso che i pochi riferimenti siano palestinesi, sempre di sumud si tratta.
Il trattore che arriva  con i fari spenti e si arrampica sulla mulattiera recentemente asfaltata per il solo utilizzo dei coloni di Avigayil, una macchina di scorta pochi metri più avanti per avvisare in caso di presenza di mezzi militari israeliani e checkpoint volanti.
Una squadra di carpentieri provenienti dalle vicine comunità di Yatta, Jinba e Tuba che si muovono in maniera convulsa per scaricare i macchinari e il materiale edile, il sudore che imperla il viso nonostante il vento freddo che sferza le nude colline, un montacarichi alto cinque metri che viene assemblato alla luce di una lampadina.
La breve pausa per uno shai e nuovamente al lavoro.
Uomini come schegge impazzite in una frenesia coordinata, due persone addette al carico della sabbia e altre otto alle prese con la ghiaia, i secchi che si svuotano nella betoniera e sono già pronti per un altro carico. La luce si spegne, passa una macchina.
Il lavoro continua a un ritmo schizofrenico, il buio e la velocità sono alleati dei samidin; due carpentieri sul tetto depositano la calcestruzzo, la distribuiscono e la livellano. Ifari si allontanano, si può riaccendere la luce.

(foto di C.C.)

Cinque ore è il tempo impiegato per costruire il tetto della Moschea, un ulteriore passo che sposta avanti nel tempo l’arrendevolezza. Cinque ore che pongono l’occupante dinanzi al fatto compiuto, d’altronde l’esercito non chiede un permesso per espropriare una terra non sua, non bussa alla porta ma la butta giù con l’ariete, non punta per aria il fucile ma lo rivolge al petto. L’occupante non chiede permessi, si prende un’intera vita in pochi minuti e poi va via.
Apartheid è una di quelle parole che di recente sono comparse nel dibattito palestinese, hafrada è il suo corrispondente ebraico. Sumud è l’ultimo ideale che possa impedire alla separazione di divenire estinzione.

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