Falastin diaries – al-Walajah demo @27.09

Posted on 28 settembre 2012

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Leggi di al-Walajah e le parole associate sono sempre le stesse: un microcosmo palestinese. “Microcosmo” è un termine che nei Territori Palestinesi Occupati capita spesso di sentire, potenzialmente lo è ogni chilometro quadrato di questa terra, ogni villaggio o città, il microcosmo di Hebron e quello di al-Jib, il microcosmo della Jordan Valley e quello delle South-Hebron Hills passando per Qalandiya e Beit Dajan.

al-Walajah però racconta una storia diversa, una storia che ha le sembianze di una matrioska. La Palestina storica non esiste più, ciò che rimane geograficamente sono due regioni che sono West Bank e Striscia di Gaza, con un prologo a sé stante che è Gerusalemme Est. Nella parte centrale della West Bank l’occupazione israeliana ha pianificato l’enclave coloniale di Gush Etzion, che in un futuro non troppo lontano ha buone probabilità di divenire un territorio de facto annesso allo Stato d’Israele.
All’interno di Gush Etzion si può leggere finalmente tra le righe la storia di al-Walajah, enclave palestinese all’interno di un’enclave israeliana dentro un’enclave palestinese all’interno del grande progetto egemonico israeliano. Questa è la matrioska che racchiude al-Walajah. Si potrebbe obiettare che il progetto egemonico israeliano si trovi all’interno dell’enclave ideologica sionista dentro la grande famiglie delle ideologie coloniali: obiezione accolta.

Nel luglio di quest’anno la comunità di al-Walajah ha ricevuto un aggiornamento riguardante il percorso del muro che dovrebbe renderla una matrioska; un percorso che apre un’inspiegabile breccia verso sud ma mantiene l’isolamento verso il vitale vicino del villaggio, la città di Beit Sahour.

Per rilanciare la mobilitazione popolare si è tenuta oggi una manifestazione che ha visto la presenza del Freedom Theatre di Jenin, quest’ultima settimana in viaggio attraverso la West Bank con il Freedom Bus, di casa ad al-Walajah dove l’arte è una delle forme scelte per resistere all’occupazione.
La strada che da Beit Jala porta ad a-Walajah è una serpentina che affianca la colonia di Har Gilo, circondata sul perimetro meridionale dal muro e con un recente piano di espansione che coinvolge anche Gilo, Karyat Manahan Giva’at Ya’el, quest’ultima approvata nel 2009.

Il corteo ha attraversato al-Walajah al ritmo di tamburi, accompagnato dai pupazzi costruiti per l’occasione e rappresentanti la ongoing Nakba di al-Walajah, distrutta nel 1948 e poi ricostruita sulla collina sulla quale ora è ubicata, devastata nel 1967 e ora costretta a fronteggiare lo smembramento territoriale causato dal muro.
Il centinaio di manifestanti ha concluso la marcia presso la casa di Omar Hajajilah attraversando il tunnel che collega il villaggio all’abitazione, soluzione trovata dalle autorità israeliane dinanzi alla resistenza della famiglia che vi risiede e il cui futuro è legato al sottopassaggio come unica via d’accesso al mondo circostante.
Il microcosmo palestinese è tutto qua, una casa che si trova dall’altra parte di un muro illegale in una terra altra, un tunnel alla fine del quale c’è davvero poca luce, una recinzione elettronica giustificata dal timore dell’ingresso illegale in territorio israeliano, un muro ad oscurare la visuale sul proprio passato.

 E’ in questo microcosmo che l’arte prova a fermare l’esproprio e l’isolamento, dove un teatro di resistenza mette in scena il passato, dove le rime al vetriolo di United Struggle Project e Palestine Street dipingono il presente, dove il futuro si presenterà con le sembianze di gru e bulldozer.

Quel giorno sarà il momento di stare dalla parte di al-Walajah, quel giorno si deciderà se il seme della matrioska verrà usurpato.
Perché se questo dovesse avvenire l’effetto domino sulle altre bambole sarà già iniziato, e a quel punto sarà difficile ricostruire la madre.

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