Falastin diaries – Wadi Fukin

Posted on 21 settembre 2012

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Di Wadi Fukin puoi conoscere il nome e poco altro, piccolo villaggio celato dalle colline che sovrastano Al-Khadr e dalla colonia israeliana di Betar Illit, tra le più grandi dei Territori Palestinesi Occupati con i suoi 38.800 abitanti. Wadi Fukin, dal nome che trasmette simpatia al solo pronunciarlo, un nome che proviene da un passato lontano che profuma di aramaico: “Valle delle spine”. Wadi Fukin, raggiungibile unicamente dalla Road 357 poco prima dell’uscita meridionale per Betlemme, arteria stradale costretta a nascondersi sotto la più imponente Road 60, un sottopassaggio che ha il tanfo della segregazione e illustra un futuro di bantustanizzazione del territorio. Wadi Fukin e una verde vallata così differente dalla severità di un paesaggio circostante di roccia e arbusti, con la strada che costeggia il villaggio palestinese di Husan e le sue road barriers a proteggere l’occupante. Proteggere l’occupante, sicurezza, difesa: il leitmotiv è sempre quello che nega la realtà.


L’occasione per visitare Wadi Fukin è la recente notizia di una confisca di terre da parte dell’autorità israeliana, una vicenda non estranea agli abitanti del villaggio come raccontato da un membro del consiglio locale. “La giustificazione per la confisca è sempre la solita, State land (israeliana), con un avviso scritto a mano in ebraico e al quale si può fare appello entro 40 giorno dal recapito”. A poco sono valse le proteste dei contadini in un territorio dove il diritto di proprietà è testimoniato dal passaggio in eredità non accompagnato da un documento ufficiale, una situazione che le autorità militari conoscono bene e possono sfruttare per la confisca; “se qualcuno non coltiva la terra per un determinato lasso di tempo, per qualsiasi motivo, si attesta come State land ma in realtà è un furto”.

I reperti archeologici ritrovati nell’area attestano una presenza umana risalente a 5000-7000 anni fa, contemporanei all’età di Jericho, mentre gli scavi per la costruzione di Betar Illit hanno portato alla luce due colonne che gli esperti attribuiscono a una chiesa che serviva l’intera comunità cristiana dell’area.
Nel 1948 il villaggio fu occupato dalle forze armate israeliane e la popolazione espulsa, alcuni abitanti ritornarono l’anno successivo alla firma dell’armistizio tra Israele e Giordania ma molte delle case erano state demolite; nel 1967, la Guerra dei Sei Giorni costrinse nuovamente gli abitanti a fuggire, molti di loro in maniera permanente verso la Giordania, la Siria, il Libano e i paesi del Golfo Arabico: 1300 sono i rifugiati ancora all’estero. Nel 1972 la notizia inaspettata, il Comandante militare israeliano dell’area di Betlemme accordò il permesso agli abitanti di Wadi Fukin a fare ritorno nelle loro case, a condizione che quelle distrutte fossero ricostruite in due settimane; così iniziò una corsa contro il tempo dove emerse la solidarietà della popolazione, che in maniera corale ricostruì le case demolite e permise il ripristino di una parte della comunità.

Oggi Wadi Fukin è minacciato dalla costruzione del muro di separazione, la cui ripresa dei lavori è stata annunciata cinque mesi fa. La costruzione e gli espropri di terra minacciano la comunità che rischia di rimanere isolata e circondata dalle colonie in espansione, costringendo nel lungo periodo gli abitanti ad abbandonare le proprie abitazioni, questo è il piano israeliano per il trasferimento indiretto della popolazione.


Gli attacchi dei coloni non sono frequenti ma la comunità deve fronteggiare l’inquinamento prodotto dalle acque reflue di Betar Illit e recentemente arginato grazie alla collaborazione con il villaggio israeliano di Tsur Hadasah, distante poche centinaia di metri da Wadi Fukin ma separato dalla Green Line. La vulgata popolare vuole che anche il percorso del muro sia stato interrotto grazie alle pressioni esercitate da parte israeliana, resta da comprendere se sia stata un’azione mossa da solidarietà o dal semplice malessere estetico di convivere con un muro a ridosso delle proprie abitazioni; il fondovalle è poi ostruito dai massi e dalla terra provenienti dalla collina spianata per la costruzione della colonia.

Una speranza per Wadi Fukin potrebbe essere il riconoscimento del luogo come patrimonio UNESCO, una strada recentemente intrapresa non solo -in maniera vincente- da Betlemme con la Basilica della Natività ma anche dal vicino villaggio di Battir, tipico per le sue terrazze agricole e le fonti d’acqua.
Perché non ci sono solo spine in questa valle, c’è un fiore che deve sopravvivere in questo deserto di occupazione.

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