Falastin diaries – Mea Shearim

Posted on 17 settembre 2012

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Camminare per Mea Shearim è un tuffo nel passato, passi nella memoria storica dell’Europa Orientale e di quei ghetti immortalati nelle foto in bianco e nero. Probabilmente una descrizione banale e scontata, ma è l’unica possibile per il quartiere ebraico ortodosso di Gerusalemme.

La tradizione vuole che il nome derivi da un passo della Torah, cento porte che introducono alla comunità. Oggi di quelle cento porte molte sono andate distrutte, perse nell’evoluzione urbana di una città che continua a dividere, a dividersi.
I muri tappezzati dai manifesti che citano le parole dei diversi rabbini, le botteghe di cibo kosher e sarti di bekishes, i bambini che giocano nelle tonalità di grigio, blu, nero e marrone. Colori ossimoro di una vitalità sfumata, opaca, simbolo di una tristezza e disperazione tipici del pensiero ebraico più conservatore.

Una povertà che si può vedere nelle case, negli appartamenti sovraffollati, nei terrazzi stipati di scatole, vestiti, biciclette. Il ritratto di una comunità che vive di preghiera, sostenuta dallo Stato ed esente dal servizio militare, un beneficio recentemente criticato dalla società israeliana anche se in un modo tutto particolare: non la riduzione del ruolo dell’esercito ma obbligare gli haredi alla leva. Le contraddizioni di una società nevrotica.

Sugli archi che immettono nel cuore del quartiere abbondano gli ammonimenti per tutti coloro che ebrei non sono, turisti soprattutto, ai quali è spesso negato l’ingresso in alcune vie o il permesso deve sottostare a un abbigliamento decoroso fatto di lunghe maniche e sobrietà. Per lo più il sentimento verso il diverso si traduce in indifferenza, altre volte sfocia negli sguardi severi dei più anziani, in passato volse anche verso la sassaiola. Come accade quotidianamente per palestinesi e internazionali ad Hebron, niente di nuovo insomma.

Una passeggiata che volge al termine verso la città vecchia, così rumorosa, così fastidiosamente turistica, così affollata, così diversa dal silenzio di Mea Shearim. E allora i passi si muovono per inerzia verso Mt.Zion e la Tomba di Davide, dove i resti di un cimitero islamico giacciono sepolti dall’abbandono e dall’immondizia. E per un momento pensi alla quante parole di tolleranza e indignazione si siano perse nel vento questi giorni: è nel particolare la verità, non nella generalizzazione.

Sulla strada di ritorno verso Betlemme il pensiero dell’Europa Orientale svanisce progressivamente, sono il muro e le torrette di avvistamento a ricordare dove ti trovi. Più precisamente a farlo è il fucile che fa capolino dalla torretta dinanzi all’ingresso della città. Ti ricorda che lo spazio dell’immaginazione è occupato dalla realtà.

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