Falastin diaries – Di ritorni e di promesse

Posted on 12 settembre 2012

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<<Il mio è un arrivederci, non so ancora quanto durerà l’attesa ma tornerò, è un legame che si fonda sulla sofferenza e sulla speranza, un amore incontrollato che si trova ancora nelle mani rugose e nei rimproveri di Hadja, dietro le lenti di Sami, tra gli ulivi di Al Ma’sara, nella pietà che non cede al rancore.

Ma’aa salamah Falastin.>>

Anche le parole invecchiano, tra pochi giorni queste di sopra avranno un anno di vita e già hanno ricevuto il regalo più bello: una promessa mantenuta. La promessa di ritornare in terra di Palestina dove sono state proferite con una nota di tristezza e nostalgia.

Questa volta non c’è stato alcun errore o distrazione, nessun fraintendimento biblico come la volta passata; i controlli aeroportuali sono stati semplicemente meno pressanti del solito, venendo meno al diktat israeliano che ogni passeggero in transito per l’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv è un potenziale attentatore all’incolumità dello stato. Si chieda ai membri della Flytilla o della missione respinta al confine giordano.

Poche domande, poca voglia di tranello a tutti i costi. “Da dove vieni? Motivi del viaggio? Dove alloggerai? Cosa visiterai a Gerusalemme? Hai prenotato l’ostello? Sei di religione cristiana?” chiede una svogliata ragazza che ogni tanto storce il naso con fare burbero: è tutta una forzatura, oggi manca il piglio accusatorio.
Il timbro cade sul passaporto con un tonfo e di lì a poco inizia quasi una fuga da quel posto claustrofobico. Uno sherut per Gerusalemme, una famiglia ebrea-ortodossa con una bimba bellissima che soffre le curve delle mille colline di Palestina, il giro articolato da Atarot e un primo sguardo al muro dell’apartheid. Impossibile confonderlo come invece fa un compagno di viaggio italiano: quello con i merletti è il muro della città antica, questo presenta la scritta F.C. Barcelona. Più culto di Arafat da queste parti. Più Messi e Ronaldo che politica.

Non in questi giorno però, dove la politica si riprende le piazze, dove da Betlemme a Nablus si scende in piazza contro la crisi che colpisce anche a queste latitudini. No, l’occupazione militare non basta, la linea mendicante e liberista di Fayyad fa acqua da tutte le parti. Il prezzo della benzina sale, i taxisti sono in stato di agitazione, i commercianti alzano le barricate. E Fayyad cessa di essere intoccabile. Cose che si leggono, cose che ti racconta il taxista in quindici minuti da Betlemme ad al-Ma’asara. Cose impensabili l’anno passato.

Tutto pare immutato, ad eccezione del peggio, quello è peggiorato. Come la rotonda dinanzi alla colonia di Efrata, ora è terminata. Ci sono anche i fiori.

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