Il profumo demilitarizzato della felicità. A parole altre

Posted on 31 maggio 2012

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Le notizie più belle arrivano così, in sordina. Con la rabbia che monta per una visione inopportuna in una giornata tanto importante e delicata.
E pochi minuti dopo la rabbia si scioglie in felicità, nella ferma consapevolezza che il cammino sia ancora disseminato di ostacoli, lungo. Ma, come direbbero gli Orchid, dance tonight! revolution tomorrow.

E allora lascio che siano le parole altre a esprimersi

Qui, in Sardegna, per quanto incredibile a dirsi, trovi sempre qualcuno convinto che e’ meglio un morto in casa che la disoccupazione alla porta, che ti spiega che e’ meglio morire di lavoro che morire di fame. E’ il ricatto che subisce la cavia di qualsiasi esperimento dove la disponibilita’ di cibo e’ legata alla partecipazione. Accettando l’esperimento rischiera’ di morire, non partecipando morira’ di sicuro di fame. I poligoni e l’industria in Sardegna sono un po’ come su casu mrazzu, il formaggio coi vermi. E’ qualcosa che e’ andato a male, non e’ certo bello a vedersi, pero’ spalmato sul pane e accompagnato da olive, puo’ anche sfamare. Se poi ci si aggiunge un bicchiere di vino, magari si trova qualcuno che e’ disposto a far festa. 
Qui, in Sardegna, la gente e’ tanto ospitale che accoglie come persone per bene anche chi arriva per approfittarsene. A predarla, in un modo o nell’altro, sono stati fenici, cartaginesi, romani, bizantini, pisani, genovesi, saraceni, catalani, spagnoli, francesi, austriaci, piemontesi e, buoni ultimi, gli italiani. La storia ha anche regalato a quest’isola la beffa di vedersi innalzata a rango di regno per essere poi meglio sfruttata come colonia. E sebbene colonia in parte forse ancora rimane, nessun potentato, impero o corona puo’ dire di aver mai veramente sottomesso il popolo sardo. Anche se, a onor del vero, bisogna riconoscere che spesso troppi sardi si sono asserviti da soli.”

Tratto da
 

 

“Vogliamo eliminare le armi? Bene: non perdiamoci a discutere sul fatto che chiudere le fabbriche di fucili, di munizioni, di mine anti-uomo o di bombe atomiche creerà dei disoccupati. Prima risolviamo la questione morale. Quella economica l’affronteremo dopo. O vogliamo, prima ancora di provare, arrenderci al fatto che l’economia determina tutto, che ci interessa solo quel che ci è utile?”

Tratto da

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