Israele. Quello che deve essere detto

Posted on 24 aprile 2012

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Il mio nuovo articolo pubblicato su OsservatorioIraq.it

E allora perché mi proibisco di chiamare per nome l’altro paese, in cui da anni — anche se coperto da segreto – si dispone di un crescente potenziale nucleare, però fuori controllo, perché inaccessibile a qualsiasi ispezione?

Il silenzio di tutti su questo stato di cose, a cui si è assoggettato il mio silenzio, lo sento come opprimente menzogna e inibizione che prospetta punizioni appena non se ne tenga conto; il verdetto «antisemitismo» è d’uso corrente.

Ora però, poiché dal mio paese, di volta in volta toccato da crimini esclusivi che non hanno paragone e costretto a giustificarsi, di nuovo e per puri scopi commerciali, anche se con lingua svelta la si dichiara «riparazione», dovrebbe essere consegnato a Israele un altro sommergibile, la cui specialità
consiste nel poter dirigere annientanti testate là dove l’esistenza di un’unica bomba atomica non è provata ma vuol essere di forza probatoria come spauracchio, dico quello che deve essere detto.

Perché ho taciuto finora?
Perché pensavo che la mia origine, gravata da una macchia incancellabile, impedisse di aspettarsi questo dato di fatto come verità dichiarata dallo Stato d’Israele al quale sono e voglio restare legato.

Perché dico solo adesso, da vecchio e con l’ultimo inchiostro: la potenza nucleare di Israele minaccia
la così fragile pace mondiale? Perché deve essere detto quello che già domani potrebbe essere troppo tardi; anche perché noi — come tedeschi con sufficienti colpe a carico – potremmo diventare fornitori di un crimine prevedibile, e nessuna delle solite scuse cancellerebbe la nostra complicità.

E lo ammetto: non taccio più, perché dell’ipocrisia dell’Occidente ne ho fin sopra i capelli; perché è auspicabile che molti vogliano affrancarsi dal silenzio, esortino alla rinuncia il promotore del pericolo riconoscibile e altrettanto insistano perché un controllo libero e permanente del potenziale atomico israeliano e delle installazioni nucleari iraniane sia consentito dai governi di entrambi i paesi
tramite un’istanza internazionale.

Solo così per tutti, israeliani e palestinesi, e più ancora, per tutti gli uomini che vivono ostilmente fianco a fianco in quella regione occupata dalla follia ci sarà una via d’uscita, e in fin dei conti anche per noi.

Le parole di Gunter Grass hanno scosso dal torpore una politica internazionale che inizia a distogliere gli occhi anche dalle vicende siriane, riportando sul tavolo delle diplomazie la questione iraniana e l’ancora più delicato affare nucleare israeliano.

L’84enne Premio Nobel per la letteratura, in un’accorata poesia pubblicata il 4 aprile sulle pagine del quotidiano Süddeutsche Zeitung, ha esposto tutta la sua preoccupazione per un possibile attacco israeliano all’Iran, un intervento armato che anche il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ormai traslato dal campo del “se” a quello del “quando”, tra i passi cauti dell’amministrazione Obama, che sta per entrare nelle fasi più concitate delle elezioni d’autunno, e le cancellerie europee che paiono disinteressarsi di una vicenda che potrebbe avere risvolti drammatici non solo per la regione mediorientale.

Parole scomode, che hanno scatenato un’ondata di risposte veementi tra i maggiori quotidiani delle due sponde dell’Atlantico, senza tralasciare la blogosfera.

Parole che hanno portato il ministro degli Interni israeliano Eli Yishai a dichiarare Gunter Grass “persona non gradita” sul territorio di Israele, negandogli così l’accesso, una misura che lo stesso Grass afferma di aver subito solamente altre due volte nella sua vita: dalla DDR e dal regime militare militare del Myanmar.

La routine sulla quale si fonda la delegittimazione è la collaudata tattica della denuncia anti-semita, che vede tra i più accesi sostenitori il ministri degli Esteri Avigdor Lieberman, e che si fa spazio tra i commentatori europei in maniera trasversale.

Una denuncia che affonda le proprie radici nelle confessioni dello stesso Grass, che recentemente ha rivelato come nelle fasi finali della guerra, all’età di 17 anni, avesse preso parte alle SS, senza però mai sparare un colpo e all’oscuro delle nefandezze dei lager, secondo la sua disperata ammissione.

E’ evidente che un tale background ha rinvigorito la schiera dei sostenitori delle politiche israeliane, sebbene nel testo della poesia non via sia traccia di anti-semitismo, che si presenta invece come un commovente appello alla pace e alla denuclerizzazione non solo del Medio Oriente ma dell’intero globo, tematiche alle quali Grass ha dedicato la sua vita.

L’appello dello scrittore è lucido, penetrante e allo stesso tempo commosso nella migliore tradizione pacifista, senza lesinare critiche dure al regime degli ayatollah, mettendo a nudo la sua persona, la sua provenienza e gli orrori della guerra. 

Tra le righe della poesia è rintracciabile la scintilla che ha portato l’amministrazione israeliana a posizioni così furenti: la questione nucleare.

Pare un paradosso che per fermare una potenza regionale interessata al nucleare come l’Iran, debba intervenire una forza che vanta almeno 200 ordigni nucleari, per di più meditando di utilizzare il suo potenziale in maniera mirata per distruggere le centrali iraniane.

Il ‘nucleare mirato’, così come il divieto di ispezione da parte degli osservatori internazionali, sono solo due delle ombre che gravano sulla vicenda israeliana, senza dimenticare la mancata ratifica del Trattato di non-proliferazione e l’annosa vicenda dello scienziato Mordechai Vanunu, imprigionato per aver denunciato i traguardi israeliani in campo atomico.

Perché ad oggi, nonostante i pressanti interessi di Turchia, Siria, Iraq, Egitto e Arabia Saudita, Israele è ancora l’unica potenza nucleare del Vicino Oriente.

La poesia di Grass si chiude con il pensiero rivolto ai cittadini isareliani, perché si liberino di governanti smaniosi di guerra e alzino una possente voce di diniego all’intervento armato, per evitare di essere vittime di un’ennesima follia.

 

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