Israele e la gioventù delle colline

Posted on 29 febbraio 2012

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Il mio nuovo articolo per OsservatorioIraq.it

La chiamano Hilltop Youth, “gioventù delle colline”, una definizione che rimanda a un collettivo, una gang, uno spazio sociale di giovani. Ma non è così, perché le colline di riferimento sono quelle palestinesi e ‘loro’ sono la frangia più dura dei coloni che vivono negli outpost, gli insediamenti ebraici “illegali” persino per il governo di Tel Aviv.

Un ritratto di questa gioventù è stato portato all’attenzione dell’opinione pubblica qualche tempo fa, da un reportage della rete televisiva israeliana Channel 2, sottotitolato in inglese dal giornalista Ami Kaufman, con una dedica particolare: “Questa traduzione è dedicata ai miei amici dell’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee) e ai rabbini nazionalisti del mondo. Senza di voi, questi razzisti non esisterebbero”.

Il mezzo dei reporter è costretto a compiere uno slalom tra le barriere e le puntine disseminate lungo tutto il tragitto che porta all’outpost di Migron, 14 km a nord di Gerusalemme. Sono misure precauzionali volte a rallentare gli interventi dell’IDF, l’esercito israeliano, che periodicamente tenta di sgomberare forzatamente l’avamposto radendo al suolo prefabbricati o casolari di fortuna.

I volti giovani di Sari, Ester ed Eliraz non riescono a mascherare la durezza delle loro parole e la violenza tra le righe.

“Gli ulivi? Appartengono tutti agli ebrei, anche gli ulivi che sono vicino a Muhmus sono nostri. Solo perché gli arabi pensano di possedere qualcosa qui, possono essere chiamati imbroglioni. Gli arabi hanno ventidue paesi no? Si sa che ovunque ci sia un ulivo c’è un arabo, e dove c’è un arabo c’è un terrorista”.

La durezza negli occhi delle tre ragazze tradisce i sorrisi, e le parole “loro (gli arabi) non appartengono a questo posto, ogni giorno che rimangono qui pagheranno un prezzo”, confermano il collegamento tra questa gioventù e i “price tag” sempre più diffusi a Gerusalemme e nei villaggi vicini a colonie e outpost.

Graffiti sui muri che invocano la morte degli arabi, ingiurie rivolte al profeta Maometto, minacce alle famiglie palestinesi, vandalismo contro le proprietà: questi sono i “price tag”, atti che solitamente seguono lo sgombero di un outpost da parte dell’esercito israeliano, una rappresaglia nei confronti dei palestinesi che si ritrovano vittime, per l’ennesima volta.

Di recente queste attività si sono spinte oltre, verso il cuore dell’occupazione e verso l’esterno.

Il 12 dicembre scorso, un attacco portato al quartiere militare della brigata Ephraim ha coinvolto decine di coloni con il lancio di molotov e pietre verso le strutture e i mezzi della base israeliana, una vicenda che ha ricevuto la ferma condanna del primo ministro Benjamin Netanyahu e le parole incredule del generale Avi Mizrahi: “L’odio di ebrei verso i nostri soldati, così come l’ho visto, è una cosa che non ho mai visto in trent’anni di servizio”.

Meir Bartler è invece il leader che ha progettato l’attraversamento del confine con la Giordania per rivendicare il possesso ebraico delle due sponde del fiume Giordano.

Una trentina di coloni fecero irruzione nell’area di Kasr al-Yehud a soli duecento metri dal confine, progettando la costruzione di una colonia e contestando l’intromissione giordana nella vicenda della chiusura del Mughrabi Bridge, che unisce il Muro del Pianto alla Spianata delle Moschee.

Bartler afferma che “in Israele, a volte, per far sì che un argomento venga affrontato, spesso c’è bisogno che lo si sbatta violentemente sul tavolo, e noi lo abbiamo fatto”; ma sono soprattutto le lamentele sui maltrattamenti subiti da parte dell’IDF a mostrare una profonda ambiguità.

Parlano di “violazione dei loro diritti”, perché costretti a portare le manette per diciotto ore o per la mancanza di coperte per la notte.

Quasi un paradosso se si pensa alle quotidiane violazioni subite dai palestinesi rispetto alla libertà di circolazione, espressione, riunione, istruzione, e alle violenze subite dai coloni con gli incendi appiccati alle piantagioni di ulivo e le aggressioni fisiche, sino ad arrivare alle questione dei detenuti palestinesi e al caso di Khader Adnan.

Ora la storia pare rovesciarsi, con gli autori di quelle violazioni che diventano vittime del loro stesso sistema, mentre continuano gli attacchi “price tag”, che di recente hanno coinvolto anche la comunità cristiana di Gerusalemme, a cui è stata ‘dedicata’ la scritta “Vi crocifiggeremo tutti”.

Azioni che hanno portato a un richiamo ufficiale da parte della cancelleria vaticana.

Le tensioni di questi giorni alla Spianata delle Moschee tra giovani palestinesi e polizia israeliana sono il frutto dell’impunità di queste azioni, alimentate ogni giorno da esternazioni come quella di Moshé Feiglin, rappresentante dell’ala più estrema del Likud, desideroso di concedersi una “passeggiata” sulla Spianata, una provocazione che ricorda i nefasti passi di Ariel Sharon.

C’è una grave crisi all’interno di Israele che contrappone partiti, esercito e colonie, con un governo che sembra impotente dinanzi alle rappresaglie dei coloni e alla loro sempre maggiore influenza, quasi che lo strumento prediletto della politica israeliana sia sfuggito di mano al suo creatore, influenzando un progetto coloniale che vorrebbe essere portato avanti distante dai riflettori mediatici.

Nel mezzo la politica pare cavalcare questo crescente malcontento, con i gruppi alla destra del Likud che premono per il monopolio dei voti tra le colonie, ben consapevoli che circa 500 mila elettori possono sempre rovesciare gli esiti di un’elezione.

E al di là del muro, i palestinesi rimango a guardare lo scorrere di queste dinamiche sulle loro esistenze.
Guarda il video.

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