Se l’autobus 148 unisce idealmente l’Alabama alla Palestina

Posted on 19 novembre 2011

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Questo il mio ultimo articolo scritto per Osservatorioiraq.it

Tra l’Alabama e la Palestina c’è un mondo di mezzo. Eppure il 15 novembre questo spazio è stato idealmente unito da un filo rosso intessuto di diritti civili e politici. Era il 1° dicembre 1955 quando Rosa Parks rifiutò di cedere il posto ad alcuni passeggeri bianchi sull’autobus di Montgomery, l’embrione di una protesta che portò alla nascita dei movimenti per i diritti civili nei razzisti Stati del sud statunitense.

Fu da quel momento che il gesto della donna venne riproposto dai “Freedom Riders” sui mezzi toccati dalla segregazione razziale, l’ispirazione che pochi giorni fa ha guidato i Freedom Riders palestinesi.

Nella giornata di martedì, sei attivisti palestinesi hanno scelto di sfidare l’occupazione israeliana nel West Bank, con una spettacolare azione di disobbedienza civile, scegliendo di salire sugli autobus della compagnia israeliana Egged che collegano le colonie a Gerusalemme e Tel Aviv.

Le autorità israeliane tentano di difendersi, affermando che il trasporto di cittadini palestinesi è consentito a bordo di questi autobus, senza però tenere conto che la maggioranza di questi attraversano gli insediamenti illegali nel West Bank dove l’accesso ai palestinesi è vietato e punito penalmente dalle leggi militari vigenti.

La linea scelta dagli attivisti è stata la 148 che collega la colonia israeliana di Ariel a Gerusalemme.

Tre bus non hanno accostato alla fermata impedendo loro di salire a bordo, sino a quando un’autista – che si difenderà adducendo alla mancata comprensione di ciò che stava accadendo, in caso contrario non si sarebbe fermato – non ha scelto di accostare permettendo l’ingresso sul veicolo.

La presenza dei sei attivisti sull’autobus ha destato subito scalpore e tensione tra i coloni a bordo, che non hanno fatto mancare insulti e minacce, sino a espressioni che rappresentano chiaramente la macchina di segregazione alla quale i Freedom Riders si oppongono: “E’ un bus israeliano”, afferma un giovane di sedici anni.

“Loro possono stare nei loro villaggi e nelle loro aree, perché sono nella nostra area?”, aggiunge Magi Amir, residente nella colonia di Rimonim.

Le assonanze con la storia non possono sfuggire.

La prima affermazione è la testimonianza della segregazione portata avanti dall’autorità israeliana, una cornice che, aggravata da un contesto di occupazione militare, potrebbe essere quella dell’Alabama, del Mississippi, della Georgia e del Tennessee tra i ’50 e i ’60.

La seconda riporta alla mente le “white areas” e i bantustan nel Sudafrica dell’apartheid, nel quale i neri, gli indiani e i meticci necessitavano di permessi per muoversi nel proprio paese, ad eccezione delle zone riservate ai bianchi dove l’accesso era loro interdetto e rappresentavano la più vasta superficie del paese.

Lo spirito dei Freedom Riders palestinesi ha queste radici ben salde, rafforzate dalle conclusioni diffuse la settimana scorsa dal Russell Tribunal on Palestine che hanno sancito l’assimilazione dell’occupazione israeliana a un regime di apartheid sui palestinesi, e la parola alla quale ci si deve opporre è ben diffusa nel linguaggio comune della società israeliana: “hafrada”, ovvero “separazione” in ebraico.

I sei sono stati intimati di scendere dal bus mentre questo veniva circondato dalla border police, dalla polizia ordinaria, dai militari e dalla forze speciali, con la minaccia di uno sfollamento forzato del veicolo previa evacuazione degli israeliani presenti.

Gli attivisti hanno opposto una resistenza ferma e pacata, accasciandosi a peso-morto sul pavimento del mezzo, costringendo la polizia a trascinarli verso l’uscita; arrestati e condotti alla stazione di polizia di Atarot insieme a due giornalisti, sono stati poi rilasciati nella notte in seguito a un fermo di otto ore.

“Nonostante il rilascio, siamo ancora accusati di ingresso illegale a Gerusalemme e ostacolo al lavoro della polizia, con la possibilità pendente di un processo”, ha affermato il professor Mazin Qumsiyeh.

La foto pubblicata su twitter alla fine della giornata ritrae i sei con i volti provati ma felici, la loro azione ha avuto vasta eco, tanto da portare Qumsiyeh ad affermare che questa “è stata una delle azione più seguite dai media alle quali abbia partecipato”.

Di recente Joseph Dana ha scritto come i metodi nonviolenti della resistenza palestinese stiano modificando l’asse intorno alla quale si discute la questione israelo-palestinese, spostando il discorso da pace contro violenza alla questione dei diritti sociali, civili, politici e culturali sotto la cassa di piombo dell’occupazione.

All’esterno della Palestina l’immaginario che si ha dei palestinesi è quanto di più distante ci sia dalla realtà, dai “facts on the ground” come vengono chiamati dalle autorità israeliane.

Viene così lanciato un messaggio forte alla comunità internazionale – nel quale si inserisce il riconoscimento palestinese all’Unesco – che svela la violenza dell’occupazione e la “somoud” palestinese, la fermezza e la costanza che permette a un popolo oppresso di trarre ispirazione dalla storia costruendo una base comune di solidarietà.

Mahmoud Darwish lo aveva compreso tempo addietro, “l’unico scopo è esistere” poiché esistere è resistere, ed è giunta l’ora che anche alle altre latitudini del mondo non ci si opponga unicamente agli apici della violenza occupante, ma si supporti la quotidiana resistenza all’hafrada.

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