Falastin diaries – Ma’aa salamah Falastin

Posted on 1 novembre 2011

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L’alba di Al-Quds che penetra i vicoli del quartiere cristiano, le prime luci della giornata inforcano le ultime ombre di una notte insonne. Lo scalpiccio che porta alla Zion Gate, un’ultima foto e l’obbiettivo che si posa sulle propaggini settentrionali di Betlemme imprigionate dal muro dell’apartheid, è il panorama a interrompere l’idillio del momento e rammentarmi dove mi trovo.


Lo sherut accompagna i pendii delle colline che si affacciano sul Mediterraneo, la discesa scorre sopra la terra che si risveglia nello shabbat, giornata di festa, la vita prosegue a rilento.
Il casello dell’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv è davanti a noi, prima esibizione dei passaporti con annesse domande di routine: “chi siete?”, “cosa fate?”, “da quanto tempo?”. Al termine della mattinata il pollice e l’indice incontreranno sette volte il libretto granata, una relazione indissolubile nelle ultime tre settimane, come la sera precedente quando la polizia ci ferma chiedendo se avessimo della marijuana, un controllo minuzioso che invade la privacy del mio portafoglio. Per le autorità israeliane la privacy è questione di poco conto, gli stessi funzionari amano ripeterlo.
All’ingresso del check-in l’interrogatorio procede senza eccessive pressioni, lo sguardo allarmato del giovane funzionario aeroportuale ci mette in guardia sui nostri zaini: “sono stati sempre sotto il vostro sguardo? qualcuno potrebbe averci riposto una bomba!”. Mi mordo la lingua, la risata viene soffocata con destrezza.

Il controllo del mio bagaglio è affidato a una giovane ragazza dal sorriso radioso, mi confessa di essere stata a Roma il weekend precedente, la Città Eterna la ha ammaliata nonostante i prezzi proibitivi. La discussione procede su binari congeniali al sottoscritto, le parlo di vacanze e Sardegna, la invito per un soggiorno, ci penserà. Gran sorriso di entrambi.
Il pensiero non può non andare a tutte le ragazze e ragazzi che si prestano al servizio militare o qualsiasi pratica connessa all’occupazione della Palestina, il rifiuto della leva corrisponde all’emarginazione sociale e la negazione di numerosi diritti civili e politici. Le vie di fuga però esistono, come gli Shministim, i giovani obiettori di coscienza imprigionati per aver rifiutato la leva nei territori palestinesi occupati; il mio ragionamento pecca di ignoranza e lo ammetto, avrei bisogno di conoscere più a fondo la società israeliana, ma le domande sono incastonate come pepite nella testa: perché non rifiutate la leva in massa? Perché servite autorità tiranne? Perché gli indignados israeliani glissano il tema dell’occupazione?
Forse sono domande premature, la speranza è questa. Il Nord-Africa e il Vicino-Oriente stanno cambiando, Israele ha tutto il tempo per entrare nella sua Primavera. Una volta per tutte, e per tutti.

Ai controlli successivi la mia barba incolta è motivo di ilarità tra i funzionari, il passaporto risale a cinque anni fa, il volto di un ragazzino senza un pelo. Adduco l’incuria alla pelle sensibile, prontamente mi sento rispondere “perché cinque anni fa non era sensibile?”. “Lo era di meno”, rispondo io.

Il viaggio verso Roma prosegue insonne, l’aereo non fa altro che scatenare un turbinio di pensieri che continua ancora. Troppi volti, troppe storie, troppe persone, troppa rabbia, troppi sorrisi, troppa volontà, troppo stupore, troppe lacrime, impossibile dare una collocazione precisa a tutto questo, ancora di più se concentrato in sole tre settimane.
Vorrei scendere più a fondo, vorrei capire, vorrei conoscere nuove persone: ognuna di queste è una storia che merita di essere raccontata, dalla quale imparare.
Il mio è un arrivederci, non so ancora quanto durerà l’attesa ma tornerò, è un legame che si fonda sulla sofferenza e sulla speranza, un amore incontrollato che si trova ancora nelle mani rugose e nei rimproveri di Hadja, dietro le lenti di Sami, tra gli ulivi di Al Ma’sara, nella pietà che non cede al rancore.

Ma’aa salamah Falastin.

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