Falastin diaries – Un terzo della vita

Posted on 28 ottobre 2011

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Uscita meridionale di Ramallah, alle dieci del mattino il traffico in direzione di Gerusalemme è già congestionato, il venerdì è la giornata di preghiera più rilevante per il mondo musulmano e Al-Quds la terza città per importanza nella comunità islamica.

Una rotonda e si svolta a destra, il percorso è obbligatorio per coloro che dal cuore politico della Palestina vogliano recarsi verso la Città Santa, fact on the ground seguente la Seconda Intifada. Ilservice-taxi si ferma dinanzi al transit di Qualandya, meglio conosciuto come checkpoint omonimo dell’adiacente campo-profughi. Una folla di persone che sgomitano per salire e ritornare a Ramallah, loro hanno già affrontato la bocca infernale.

Qualandya si staglia imponente, una vela metallica di recinzioni e filo-spinato, telecamere e tornelli: pare di trovarsi all’ingresso di uno stadio italiano, ma nella sua evoluzione militarizzata. Lo sguardo viene attirato dalla presenza di file di seggiole metalliche, l’occupazione che offre il comfort all’occupato. Quattro file di persone in processione verso imbuti di freddo metallo, le sbarre sui lati, i tornelli alla fine, l’immagine dello stadio che sfuma in quella delle grandi prigioni statunitensi, quelle dei film ovvero quelle reali.

La fila è lentissima, i volti impassibili, un uomo arrivato dinanzi al tornello sceglie di tornare indietro,affida la sua bimba tra le nostre braccia che sorvola la recinzione, lui a seguire. I tornelli girano a singhiozzo, ogni qual volta le luci verdi si accendono non passano più di dieci persone per volta e il flusso viene interrotto, c’è chi rimane intrappolato tra le sbarre senza possibilità di muoversi sino al segnale successivo, le mani che afferrano le sbarre.

Un ragazzo si apre alla discussione, ha 22 anni ed è la sua prima volta a Gerusalemme, ci mostra il permesso ricevuto dalle autorità israeliane grazie alla mediazione della compagnia per la quale lavora: israeliana ovviamente; il permesso è scritto in arabo ed ebraico, la sua validità è di tre mesi. Un uomo sulla sessantina ci parla del suo passato come lavoratore in Svizzera, ed è grato della nostra presenza: gli internazionali hanno la possibilità di saltare questa immonda procedura mostrando il passaporto presso un altro ingresso, ma noi siamo lì con loro.

Passato il tornello ci attende una nuova fila e il passaggio sotto un apparecchio elettronico, il carcere che si tramuta in aeroporto, gli zaini e le valigie all’interno di un apparecchio a raggi-x. La divisa porta il sorriso di due ragazze, il passaporto viene mostrato attraverso il vetro e possiamo passare, non prima di aver affrontato due ultimi tornelli. All’uscita ci attende un bus per Gerusalemme, l’attraversamento di Qualandya è durato 1h35min.

Per tanti palestinesi questa è la prassi quotidiana, la sveglia deve necessariamente suonare prima che il sole sorga affinché non si arrivi in ritardo sul lavoro. Alla sera la stanchezza di una giornata deve affrontare nuovamente il transit, nel  mezzo i controlli lungo le strade.

Si dice che una persona trascorra un terzo della sua vita dormendo, forse un palestinese lascia un terzo della sua vita ai checkpoint. Il rimanente lo vive sotto occupazione.

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