Falastin diaries – al-Khalil, l’apartheid e lo stomaco

Posted on 24 ottobre 2011

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Lo stomaco prima o poi viene fuori tra le righe di queste pagine, la testa tenta di filtrarlo e renderlo presentabile, senza la bile accumulata quotidianamente. Ci sono momenti dove il setaccio si sfalda, quando la funzione descrittiva passa direttamente dall’umoralità. Oggi è uno di questi momenti.

Non voglio essere accomodante né infiocchettare le frasi, quando la penna incespica tra i quadretti della pagina che rimane bianca, quando le dita non scorrono sulla tastiera in maniera ponderata, i fogli accartocciati che volano nella spazzatura insieme ai pensieri. Non voglio assolutamente presentare i miei sentimenti mascherati da falsità.
al-Khalil, Hebron per altri, è una visione che fa male, muove la vanga tra i sentimenti più torbidi, la rabbia che monta davanti all’oppressione. Ogni qual volta ne parli provano a metterti in guardia, che è dura anzi durissima, ma la realtà come sempre rifila un pugno che non vedi arrivare, senti solo il dolore.

I passi verso i vicoli della città vecchia e l’occupazione che non è fatta di settlements disseminati nei dintorni, l’occupazione è all’interno della città, il militare armato circola al tuo fianco, il checkpoint è un tornello che gira e gira e senza rispetto si colloca anche all’ingresso della Ibrahim Mosque sputando in faccia al religioso rispetto. Le bandiere israeliane che svettano sopra i profumi del suq, le reti metalliche che evitano una pioggia di piscio, rifiuti, sputi, insulti sulle teste dei palestinesi.
Il militare israeliano che mi chiede se cammino armato e vorresti mandarlo a fare in culo, e che forse sì, sono armato ma con l’arma dell’intelligenza. All’interno della moschea le bambine nell’ora di religione che ti guardano con un sorriso di benvenuto e la curiosità della giovinezza, i fori sul muro della colona furia omicida che ha più di quindici anni, lo stucco sputato in maniera indecente sulla parete come una garza sporca, l’infezione che avanza negli animi delle persone a causa della voluta cecità di altre.

Le strade dove i palestinesi devono camminare sulla destra come cani rognosi senza diritto di vivere, dove al centro della carreggiata un colono armato da la mano alle figlie in una grottesca scena familiare. L’economia di una città morta dentro, nei muri taggati di candelabri e stelle a sei punte presenti anche sulle porte, un macabro ricordo di tempi che furono e che ora sono, anche se con ruoli diversi. L’ironia tutta sghemba di un “Free Israel” sotto lo sguardo cretino di un soldato che chiama chissà chi appena scatti la foto con sorriso incredulo, la cronostoria della “liberazione di Hebron” dopo l’occupazione del 1967, gli insulti sui muri e i palestinesi che resistono asserragliati in casa dietro centimetri di grate a maglie fittissime dalle quali si scorge “this is apartheid” e come dar loro torto. Questo è l’apartheid nella sua forma più pura, una cosa da far impallidire il Sudafrica post-bellico e non sono certo io a dirlo, ultimo degli scemi, ma l’accusa proveniva tempo addietro da chi ha combattuto questo mostro inumano: Nelson Mandela e Desmond Tutu per citare due nomi a caso, forse demodè ma anche chi se ne frega.

Più di mille negozi sgomberati e le macchine dei coloni che sfrecciano con il loro carico di bambini che serve uno stato israeliano in crisi demografica, i cubi di cemento armato pronti all’uso, la desolazione di un ambiente che non so come definire se non di guerra.
La storia commovente della Kurduba School di Shuhada Street con il suo ingresso principale sbarrato da giri di filo spinato, costringendo i bambini un giro più lungo e quindi preda facile per gli assalti dei coloni che li inseguono e li picchiano, li minacciano e aizzano contro i cani come ci racconta un bimbo che presenta ancora i segni della mano stritolata. Il cortile ormai spoglio dagli alberi che sono stati sradicati, l’ingresso secondario monitorato da volontari che accompagnano i bambini all’ora di ingresso e quella di uscita, la volontà israeliana di cancellare l’ultimo barlume palestinese nella via e procedere alla totale annessione del quartiere. E poi avanti un altro, e poi un altro ancora e così via. La casa dei patriarchi “nuovamente” sotto il segno di Davide.

E di cose ce ne sarebbero ancora di più ma più ne scrivo più mi chiudo in me stesso. Chiudendomi però riesco a pensare e sono sicuro di voler tornare, di inizare qui un nuovo percorso che ormai lo sanno anche i muri, mi porterà in Sudafrica e poi nuovamente qui in Palestina per quel paragone che è ormai un tarlo nella mia testa. Occupazione è apartheid, e non c’è bisogno del pretesto razziale, è la presunta superiorità che si fonda sulla menzogna.
Un cielo rosato si spegne sopra al-Khalil, anche lui sanguina.

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