Falastin diaries – Nonviolenza è fantasia

Posted on 21 ottobre 2011

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Il falò che illumina un paesaggio lunare, una tenda che si copre di stelle, il risveglio procede sornione tra olive e pomodori, i profumi della cucina mediterranea. Non è la cronaca di una vacanza al mare ma i preparativi per il quinto anniversario della resistenza nonviolenta ad Al Ma’sara, che ogni venerdì si mobilita in marcia verso la Junction Road3157. Tra i punti focali nel programma del Popular Struggle Coordination Committee si trova la creatività della protesta, una maniera per non svilire la resistenza, per renderla appettibile anche ai più giovani. Le opzioni passate al vaglio del gruppo sono state numerose in questi ultimi giorni: le bolle di sapone, una chitarra che accompagnasse l’onnipresente Bella Ciao Society di Eddie Vedder, improvvisate esibizioni circensi. La scelta è poi ricaduta altrove, sortendo l’effetto desiderato.

L’aria è quella delle grandi occasioni, quasi elettrica nelle nuvole fumose che si levano all’orizzonte, una tv locale che brancola alla ricerca di un’intervista, la presenza di numerosi attivisti internazionali provenienti da Francia, Spagna, Norvegia, Italia e israeliani del gruppo Anarchists against the Wall.
La conclusione della preghiera del mezzogiorno sancisce l’inizio del corteo che si snoda tra le vie del villaggio e dei due adiacenti, le bandiere palestinesi che riconquistano il loro spazio, un arcobaleno della pace che si muove insieme a loro, i canti e le risate, le fotocamere che fremono per cogliere l’attimo.

Il blocco effettuato dai soldati israeliani non si fa attendere, rispetto a venerdì scorso il loro numero è notevolmente inferiore e conquistiamo metri di asfalto, il corteo si arresta solo quando i blindati si pongono di traverso e impediscono il passaggio. Il nervosismo dei militari è evidente, l’inferiorità numerica pare metterli in difficoltà nonostante i manganelli e le armi automatiche: la curiosa paura dell’oppressore. Uno tra i più giovani si volta in continuazione, cerca conforto nello sguardo degli altri commilitoni quasi fosse il suo primo giorno, un altro porta continuamente la mano sulla bomboletta del tear gas, ci si aggrappa come un rosario; un altro giovane soldato si esprime con il linguaggio fisico della violenza: spintona, digrigna i denti, sbatte i piedi.
L’ordine è quello di rimanere a bordo strada, all’interno della linea gialla che separa la carreggiata dai campi.
Tra i manifestanti c’è chi siede sull’asfalto, chi rimane immobile dinanzi all’elmetto, chi si muove al ritmo dei tamburi.

Le cariche si muovono come la marea, crescono e si placano accompagnate dai manganelli, e quando colpiscono allo stomaco rimane il sapore amaro della bile; un’attivista francese sceglie di sdraiarsi e viene sollevata con la forza. M. viene colpito con un pugno allo stomaco, sbraita e si dimena, ci spiega in seguito che è una strategia ben collaudata negli anni: pochi minuti di confronto diretto che non mostrino l’inferiorità dei manifestanti, a seguire un approccio più soft e l’ultimo approccio affidato alla mediazione.

L’idea covata dal nostro gruppo può finalmente vedere la luce, indietreggiamo di qualche decina di metri e raggiungiamo la macchina di un membro dei Comitati, solleviamo con un sorriso beffardo due pentole colme di pasta e le portiamo dinanzi ai militari. I piatti vengono distribuiti tra i manifestanti che ne apprezzano significato e gusto, siamo pronti per il passo successivo: offrire il cibo ai soldati.
Gli sguardi sono sbigottiti, c’è chi ride davanti alla nostra mano tesa, chi rimane impassibile, si volta, rifiuta. Provo a convincere un giovane dallo sguardo fiero; “non c’è il veleno”, gli suggerisco portando alla bocca la forchetta. “Non è per il veleno, non posso comunque”, è la risposta.
Gli attivisti francesi adottano lo stesso metodo con il far bretone, i risultati sono non cambiano ma l’atmosfera è rilassata, i militari non sono addestrati a contrastare queste azioni. Nel 2010 un Comandante dell’esercito israeliano affermò, “We don’t deal well with Gandhi”, la giornata di oggi ne è un esempio.

La manifestazione si conclude con spirito rilassato, gli attivisti rimasti percorrono insieme la strada di ritorno verso Al Ma’sara.
La quotidiana illegalità dell’occupazione non spegne gli animi dei Comitati e tracciano la via per consegnarela Palestina ai palestinesi, e mentre in Europa c’è ancora chi crede nell’efficacia della resistenza armata, su queste terre cresce un germoglio di speranza: nonviolenza è fantasia.

La fantasia al potere!

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