Falastin diaries – La grinta dietro le lenti

Posted on 20 ottobre 2011

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La febbre intestinale è ormai un ricordo, la raccolta delle olive può vedermi nuovamente partecipe dopo la frustrazione di ieri.
I campi odierni presentano una collocazione critica, circondati dalla colonia Gush Etzion e outposts in espansione, minacciati costantemente dalle incursioni dei settlers; una situazione aggravata dall’aggressione di un soldato da parte di una ragazza palestinese nella giornata di ieri: la ritorsione è la moneta dell’oppressore. La presenza di decine di attivisti internazionali è a testimonianza della pericolosità.

Il terreno è di proprietà di S. e della sua numerosa famiglia, tanto da assumere le sembianze di una cooperativa agricola per grandezza e organizzazione; veniamo accompagnati nel raccolto dalle sue due sorelle e una dozzina di attivisti francesi, avanti nell’età ma freschissimi nello spirito. Ancora una volta è la dedizione al lavoro a stupire, l’importanza conferita a ogni singola oliva laddove il passaggio delle mani sia stato disattento, il linguaggio gestuale che trova la sua massima espressione in un cenno del viso, in una movenza del corpo, e la barriera linguistica abbattuta con la semplicità del lavoro di gruppo.

Le piantagioni sono ricche di frutti, ciò dovuto anche all’impianto di irrigazione che sfrutta le tubature delle colonie: nessuna illegalità, le falde acquifere si trovano sul suolo palestinese, sono altri quelli che usurpano il bene primario dell’uomo a queste latitudini. La questione dell’acqua è uno dei temi più pressanti tra le pagine del “conflitto”, seguendo un trend che non riguarda solo la Palestinama assume prospettive globali. Le pause per lo shai (the) hanno l’importanza dei grandi momenti, lasciando lo spazio ai ricordi, ai racconti, al passato che riaffiora con automatica prepotenza.

La storia di M. è quella di un giovane palestinese che ha visto il suo futuro stravolto dall’occupazione. Di strada verso Betlemme per la consegna del progetto finale del primo anno di Università, venne fermato dai soldati israeliani  e arrestato. Le domande sono pressanti, spesso futili per porre in soggezione l’interlocutore. M. si mostra paziente, risponde in maniera pacata dinanzi alla richiesta del nome, nonostante il militare abbia in mano la sua carta d’identità; l’interrogatorio procede all’interno di una caserma coloniale, viene ammanettato ai polsi e alle caviglie, un cappio stringe il suo collo. Viene colpito numerose volte, sostiene due interrogatori e ricoperto di insulti e illazioni: “Volevi colpire uno dei nostri?”. M. respira profondamente e affronta il soldato con intelligenza: “Non ho niente con me, come avrei potuto colpirlo, e per quale motivo poi?”. Gli viene sottoposto un documento redatto in ebraico, M. si rifiuta di firmarlo senza conoscerne il contenuto, molti di questi fogliacci attestano l’espropriazioni dei beni dell’arrestato, l’occupazione che avanza con i suoi metodi subdoli. Il militare propone la presenza di un traduttore, M. chiede un documento scritto in arabo, non si fida. Il confronto si protrae sino al calar del sole, M. viene infine rilasciato intorno alle 22, abbandonato dalle autorità all’interno della colonia, fortunatamente è notte e per le strade non circola nessuno. Un telefono lungo la strada per avvertire la famiglia, il passaggio in macchina di un contadino per raggiungere la sua casa. M. ritorna finalmente a casa, ha perso l’anno accademico ma nella sua testa ha scelto diversamente: i Comitati Popolari di Resistenza, la scelta non-violenta per affrontare l’occupazione.

Sami è un uomo sulla sessantina, longilineo, distinto nella sua camicia a quadri e gli occhiali che abbracciano il volto. Il berretto sulla testa gli conferisce un aspetto mite, supportato da una parlata quieta e tremolante.

La sua storia è quella di un popolo costretto all’esilio sulla propria terra.

Betlemme, aprile 2002, Seconda Intifada, Assedio alla Basilica della Natività. Sami si trovava nella sua casa con la famiglia, a un tratto una magnetic bomb abbatté la porta d’ingresso. Le armi dei militari israeliani fecero capolino all’interno dell’abitazione, la pioggia di proiettili era pura follia omicida. Sami riuscì a nascondere i figli in un angolo lontano, ma non poté fare altrettanto per la moglie e la madre. I corpi crivellato di colpi e squarciati da un getto d’acqua a pressione, il ventre materno che si spense tra le sue braccia.

La sofferenza proseguì per una settimana, poiché la famiglia fu costretta in casa con i cadaveri in avanzato stato di decomposizione; vigeva il divieto al passaggio delle ambulanze, anche la Croce Rossa Internazionale rischiava di finire sotto il tiro dei cecchini israeliani.

E’ questo è il motivo della sfumatura ballerina nella voce di Sami, della calvizie incipiente e della vitiligine alle mani; è questo il motivo dei farmaci che danno sollievo alle sue notti.

Ciò non gli impedisce di raccontare la sua storia mentre ci conduce alla scoperta dei suoi terreni, quella placida volontà che non vuole cedere all’oppressione, indica le colonie e i rispettivi nomi, il periodo della loro formazione. Guarda con una nota di nostalgia la piccola abitazione estiva dei suoi genitori, ora decadente e senza il tetto.
Quello che rimane è la grinta dietro le lenti, ciò che lo mantiene vivo, l’amore per la sua terra.

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