Falastin diaries – “Refusing to die in silence”

Posted on 17 ottobre 2011

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Il sapore del mattino è quello dolce del the al timo, smorzato solamente dall’asprezza delle immagini di una demolizione avvenuta la settimana scorsa a Betlemme: la freddezza digitale delle immagini video non riesce comunque a placare la tragedia di una famiglia. E in Palestina la perdita, declinata nelle figure della casa e della terra, è una storia che perdura dal 1948.

La raccolta delle olive ci porta nei dintorni di Al Ma’sara dopo la parentesi di Burin, ed è un piacere poter finalmente condividere il lavoro con i contadini del villaggio che ci ospita, una novità attesa da quattro giorni. L’accoglienza ha il sapore della politica grazie alla presenza severa di un esponente di Fatah, referente per l’area di Betlemme del Ministero dell’Agricoltura, un incontro organizzato dal Popular Struggle Coordination Committee per testimoniare la nostra presenza e quanto di positivo possa portare per la comunità.

L’accoglienza palestinese che si presenta in tutta la sua magnificenza, una colazione che ha le sembianze del banchetto prima di iniziare il lavoro nei campi: è la fiducia che si costruisce a tavola, una delle più forti.
Gli ulivi di Al Ma’sara non hanno però l’abbondanza riscontrata a Burin, alcuni alberi presentano le sole foglie polverose mentre in altri le olive si possono contare sulle dita delle mani. E’ frustrante, difficile negarlo, ed è amaro quando si viene a sapere dell’incendio portato il mese scorso da parte di un gruppo di coloni israeliani. Non è solo la terra a bruciare, ma la speranza, la fiducia nel curare la propria terra, la cenere che si posa è paura nelle menti dei contadini: il risultato è l’incuria, la povertà del terreno.

Hassan è perplesso, forse il vento che penetra la valle ha portato alla caduta delle olive, una ragazza conferma invece gli atti di furto da parte dei coloni, forse non paghi degli incendi e a loro agio nello sradicamento degli alberi poi trasportati nei dintorni dei settlements.
La presenza illegale non è però il solo deterrente alla raccolta, alcuni terreni hanno perso fertilità per lo sfruttamento eccessivo nella piantagione degli ulivi, soprattutto in territori come quello di Al Ma’sara maggiormente adatti alle piantagioni di legumi e verdure.

La tradizione dell’olio è una vicenda antica da queste parti, già i romani notarono le potenzialità dei luoghi, ed è sugli antichi insediamenti che il turismo potrebbe creare una nuova base di rilancio, la storia che serve il welfare, la storia che attesta la presenza palestinese e affonda le radici di un popolo nella terra usurpata.

La raccolta delle olive si colora delle voci delle bambine e dei bambini, vogliosi di cantare, di conoscere, di imparare, di condividere, una vitalità spesso sconosciuta agli adulti.
Il gioco della morra, le canzoni popolari e le fotografie assumono il profumo dell’attivismo in una terra dove tutto si tinge di resistenza, massima espressione del motto dei Comitati Popolari: “Refusing to die in silence”.

Il silenzio che uccide, l’arrendevolezza morale. E quando nel pomeriggio veniamo a sapere di alcune famiglie che hanno sfidato le difficoltà ritornando nei campi a distanza di un anno, è una vittoria che affonda la luce nel buio dell’occupazione.

“La decrepitezza morale
L’inettitudine mentale
Che concede alla dittatura una falsa legittimazione
La vigliaccheria travestita da obbedienza
In agguato nelle nostre anime denigrate
È la paura di calzoni inumiditi
Non osiamo eliminare la nostra urina
E’ questo
E’ questo
E’ questo
Amico mio, è questo che trasforma il nostro mondo libero
In una cupa prigione”
La Vera Prigione, Ken Saro Wiwa

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