Falastin diaries – Gli ulivi di Burin

Posted on 15 ottobre 2011

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Al Ma’sara alle cinque del mattino è un’oasi di silenzio che desta le mani dal sonno, mentre l’alba dipinge in lontananze le alture della Giordania, lì dove si nasconde il Mar Morto. Alcune bimbe già passeggiano per le strade del villaggio, l’aria frizzante tra i capelli e un viso già sveglio.
Il viaggio sino a Ramallah è un’altalena lungo i profili delle colline palestinesi, percorsi degni delle côte belghe nelle grandi classiche ciclistiche. Biscotti al sesamo per colazione, una breve sosta e nuovamente in strada; Burin si presenta indifesa, stretta nella morsa di due colonie e due out-posts, gli ulivi dei contadini palestinesi sorvegliati da un blindato israeliano.

La pendenza severa della salita ci porta nelle immediate vicinanze della colonia meridionale, impossibile scorgere i volti dei coloni ma la loro presenza è comunque visibile, schierati sull’altura come tanti indiani pronti all’attacco. La raccolta delle olive procede però senza alcuna tensione, durante la mattinata i coloni si ritirano nelle loro abitazioni illegali, e il pensiero non può non andare ai contrasti interni all’insediamento, perché la giornata dello shabbat è solitamente di riposo, ma questa tante volte non ha interferito nei raid portati ai contadini palestinesi e alle loro piantagioni.

Il sole alto nel cielo batte sopra le nostre teste inesperte nella raccolta delle olive, ma è il clima umano quello che più aiuta nel meticoloso lavoro manuale, ci si arrampica sui rami più alti e si riempiono i sacchi con i frutti del raccolto; un’instancabile donna ci suggerisce gli alberi, guida il gruppo nella stesura dei teli sotto le fronde dove si depositano le olive, quegli stessi teli che ci accolgono per un pranzo corale difficile da dimenticare.

Saliamo ancora per la collina, il raccolto con una nuova famiglia ci tiene impegnati sino ai primi sentori di tramonto, che arriva presto qui in Palestina. Il ritorno è un susseguirsi di famiglie che lungo la strada rientrano dai campi con i sacchi pieni e le scale in mano, a Ramallah le tende dei sit-in che appoggiano lo sciopero della fame dei prigionieri politici nelle carceri israeliane, il regalo più grande del sole che si tuffa nel Mediterraneo, lontano tra la bruma che sale.
La luce si spegne sulle colonie di Gush Etzion ed Efrata, la stanchezza che ofusca la vista ma non la testa, dove i volti, i gesti, le stentate parole trovano un loro spazio preciso, impossibili da cancellare.

Domani a Nablus sarà una giornata così: stancante, appagante, viva.

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