Falastin diaries – Al Ma’sara

Posted on 14 ottobre 2011

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La Route60 che unisce Gerusalemme a Betlemme. Al suo fianco il muro che divide, il muro dell’apartheid. Sulla destra scorre la colonia che ospita l’appartamento dell’On. Fiamma Nierenstein. Il villaggio di Al Ma’sara ci accoglie nel paesaggio assolato, puntellato da ulivi, la similitudine porta il ricordo al paesaggio a sud di Sassari che degrada verso Ittiri: Sardegna e Palestina, Mahmoud mi ricorda della similitudine e della fratellanza tra le due terre.

Una veloce riunione per coordinare i lavori di questi giorni, un programma intenso, la realtà dei Popular Struggle Coordination Commitee, la scelta della non-violenza e la raccolta delle olive come simbolo di pace, di rivendicazione della propria terra. Un corteo pacifico per riportarci alla realtà.

La manifestazione si snoda tra le vie del paese, le persone che si aggiungono alla spicciolata, c’è chi cita Gramsci e chi snocciola rosari, le macchine che passano suonano il clacson in segno di supporto, i passeggeri levano il pugno e le dita che cantano vittoria.

I blindati dell’Israeli Defense Force non si fanno attendere, ci aspettano all’uscita del paese in una curva a sinistra, sul bordo-strada. Due camionette e dodici soldati che si oppongono al corteo, indietreggiamo. I bambini non percepiscono la tensione e la paura, al contrario di me che sento i battiti accelerati e il sudore sulla schiena. Non è colpa solo del caldo, assolutamente. Gli occhi dei soldati tradiscono la peluria che compare sul loro volto, diciotto anni da poco superati e un fucile automatico in mano, alcuni di questi non puntano a terra come stabilito dal diritto internazionale, sfiorano guance dei più giovani che sfidano le canne delle armi con bandiere e sorrisi.

Continuiamo a indietreggiare sulla strada di ingresso per Al Ma’sara, il numero dei soldati aumenta, prima sedici, poi diciannove. Il rapporto con i manifestanti è ormai di 1:2, un rapporto comunque falsato dall’apparato bellico israeliano.

I soldati filmano e scattano le foto ai presenti, alcune con fotocamere rosa decorate di fiori, la strategia dell’intimidazione e l’archivio utile per i raid notturni: la strategia della violenza.
Umm’Yad si staglia fiera dinanzi ai soldati con in mano una fotografia del figlio, condannato a 26 anni di prigione per attivismo politico. La sua casa distrutta dai bulldozer israeliani e ora costretta all’affitto, senza acqua corrente né elettricità. Una breve visita al suo appartamento è l’occasione per un futuro invito, occhi che vogliono parlare per mantenersi vivi. Da queste parti anche tramandare una storia è resistenza.

Dal corteo sale “Bella Ciao”, l’inizio è solenne, il proseguo incerto, prendiamo le redini della canzone e la guidiamo a conclusione. Quando si inneggia alla libertà è impossibile rimanere indifferenti, tirarsi indietro. La manifestazione finisce sotto gli sguardi dei volontari della MezzaLuna Rossa intorno alla loro ambulanza.

E’ il momento del riposo, le prossime giornate andranno in crescendo. Il sole inizia nascondersi dietro i tetti di Al Ma’sara e le bandiere si levano al vento. Le bandiere di un paese usurpato che vuole scrivere il proprio futuro libero dall’occupazione.

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