11.09: Un cambiamento atteso dieci anni

Posted on 19 settembre 2011

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(La base aerea statunitense a Bagram, Afghanistan)

Sarò sincero: le previsioni sono andate oltre le più rosee aspettative. Immaginavo estenuanti maratone televisive, fiumi di inchiostro retorico, un nuovo infiammarsi di malefici sentimenti. E invece no, o almeno non in maniera sfiancante.

Nel decennale dell’11 settembre 2001 il profilo della propaganda si è mantenuto su livelli discreti, non eccessivi; sicuramente nei giorni precedenti la fatidica data, nei principali mezzi stampa, si è dato risalto all’evento, si è approfondito con le ragioni di commentatori più o meno improvvisati, non è mancata la tifoseria e non sono mancate letture più ficcanti come quelle di Joahn Galtung, Robert Fisk e Jason Burke *. Messa in questi termini pare che la novità non ci sia stata, e invece non è così. Poiché già il 12 settembre il profilo della notizia è andato al ribasso, fino a quasi sparire del tutto, tanto che oggi 16 settembre ormai non se ne parla più. O forse tengo la televisione più spenta di quello che pensi.

Le motivazioni di ciò non è dato saperle, forse in un periodo di crisi economica così marcato non è una scelta ottimale quella di riportare alla memoria quegli avvenimenti, forse le agende internazionali hanno gatte più urgenti da pelare, forse l’appeal mediatico che quotidianamente ci ha fatto l’occhiolino per questi dieci anni ormai non fa più presa sul grande pubblico. I forse sono tanti quanto le ragioni di ciascuno.
Anche per questo motivo ho preferito scrivere di 11 settembre a qualche giorno dal suo ricordo, quando la baraonda pare essersi placata.

Erano le 14.46 quando tutto accadde, quattordici anni ancora da compiere e cinque anni di scuola superiore davanti a me, di lì a pochi giorni. Giocavo alla Playstation con mio fratello, FIFA 2001, le squadre scelte sono andate perse negli anni della memoria. Ma ricordo che mi piaceva scegliere le squadre africane, il Camerun e la Nigeria su tutte, e poi l’Argentina.

Mi allontano un attimo per prendere da bere e vedo quelle torri altissime avvolte dalle fiamme, non capisco bene cosa sia accaduto, la parola “terrorismo” non aveva una precisa collocazione nel mio vocabolario. Passarono i giorni e venne l’Afghanistan, passarono gli anni e venne l’Iraq. Passava il tempo e mi accorgevo che il mondo era molto più grande delle pareti di casa.
Di questo mondo, a dieci anni di distanza cosa rimane? Rimane uno scritto che non ho mai condiviso, “Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale” di Samuel Huntington. Quando lo lessi qualche anno fa non avevo ancora gli strumenti del 2011, ma già lo rifiutavo, ne comprendevo le minacce e gli angoli bui. Da quegli scenari dovevamo allontanarci, ma alzando lo sguardo dalle pagine vedevo il mondo che andava verso quelle descrizioni, che i detentori del potere non promuovevano un cambiamento verso una nuova direzione, ma anzi la strada scelta era quella di accentuare quello “scontro di civiltà” che forse non è mai esistito, “scontro di poteri” sarebbe più adatto, questo sì.
Lo si vede ancora oggi, a dieci anni di distanza, con la retorica di G.W. Bush alle spalle ma per essa sono i fatti a parlare, dalla polveriera irakena a quella afgana, dalle lobbies anti-islamiche al divieto del burqa e della costruzione di nuove moschee. E’ sempre il quotidiano a tradire le buone intenzioni, il micro in scala macro.
Sembra quasi che dieci anni non siano serviti per imboccare una strada nuova, una rivoluzione nel modo di intendere le relazioni internazionali, ponendo la persona dinanzi al profitto e non viceversa, perché il problema di fondo, al netto delle considerazioni e sicuramente in maniera semplicistica, è tutto qui.
E allora vorrei citare qualche riga, per non perdere la speranza, perché questa rivoluzione all’interno di tutti sia ancora una speranza viva, e le parole recitano più o meno così:
“Il terrorista che ora ci viene additato come il “nemico” da abbattere è il miliardario saudita che, da una tana nelle montagne dell’Afghanistan, ordina l’attacco alle Torri Gemelle; è l’ingegnere-pilota, islamico fanatico, che in nome di Allah uccide sé stesso e migliaia di innocenti; è il ragazzo palestinese che con una borsetta imbottita di dinamite si fa esplodere in mezzo a una folla.
Dobbiamo però accettare che per altri il “terrorista” possa essere l’uomo d’affari che arriva in un paese povero del Terzo Mondo con nella borsetta non una bomba ma i piani per la costruzione di una fabbrica chimica che, a causa di rischi di esplosione e inquinamento, non potrebbe mai essere costruita in un paese ricco del Primo Mondo. E la centrale nucleare che fa ammalare di cancro la gente che ci vive vicino? E la diga che disloca decine di migliaia di famiglie? O semplicemente la costruzione di tante piccole industrie che cementificano risaie secolari, trasformando migliaia di contadini in operai per produrre scarpe da ginnastica o radioline, fino al giorno in cui è più conveniente portare quelle lavorazioni altrove e le fabbriche chiudono, gli operai restano senza lavoro e non essendoci più i campi per far crescere il riso la gente muore di fame?
Questo non è relativismo. Voglio solo dire che il terrorismo, come modo di usare la violenza, può esprimersi in varie forme, a volte anche economiche, e che sarà difficile arrivare a una definizione comune del nemico da debellare.
I governi occidentali oggi sono uniti nell’essere a fianco degli Stati Uniti; pretendono di sapere esattamente chi sono i terroristi e come vanno combattuti. Molto meno convinti sembrano invece i cittadini dei vari paesi. Per il momento non ci sono state in Europa dimostrazioni di massa per la pace; ma il senso del disagio è diffuso, così come è diffusa la confusione su quel che si debba volere al posto della guerra. “Dateci qualcosa di più carino del capitalismo”, diceva il cartello di un dimostrante in Germania. ” Un mondo giusto non è mai NATO”, c’era scritto sullo striscione di alcuni giovani che marciavano giorni fa a Bologna. Già. Un mondo “più giusto” è forse quel che noi tutti, ora più che mai, potremmo pretendere. Un mondo in cui chi ha tanto si preoccupa di chi non ha nulla; un mondo retto da princìpi di legalità e ispirato ad un po’ più di moralità.”

Tiziano Terzani, “Il sultano e San Francesco” da Lettere Contro la Guerra.
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