Youssef e le metamorfosi

Posted on 8 aprile 2011

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Quando l’orologio segnerà le ore 20 di questa sera, sarà il secondo giorno dall’arrivo dei ragazzi provenienti da Lampedusa e accolti presso la caserma ex-centro di telecomunicazione dell’Aeronautica Militare di Viale Elmas a Cagliari. La maggior parte di loro in fuga dalla Tunisia al collasso economico post-rivoluzionario, il duro prezzo da pagare per sovvertire l’ordine corrotto imbastito dalle famiglie Ben Ali e Trabelsi, fino a tre mesi fa appoggiato fedelmente dalla cecità della sponda nord del Mediterraneo, tra di loro anche due ragazzi marocchini, come emerso dalle parole sentite ieri dai giovani del centro.

Una leggera brezza di maestrale si è alzata da stanotte su Cagliari, ad asciugare i vestiti stesi dai balconi dell’ex caserma, che da lontano danno un tocco di colore a una struttura che, non lo si dimentichi, ha comunque carattere contenitivo, un vento che ravviva volti ancora stanchi da questi giorni di viaggio, sicuramente meno tesi quando dalla serata di ieri è trapelata la notizia del rilascio dei Permessi di Permanenza Temporanea, compatibilmente alle posizioni dei singoli individui, un iter che durerà non meno di una decina di giorni.

Durante tutta la giornata di ieri numerosi cittadini si sono recati al centro parlare con i ragazzi, sentire le loro storie e portare loro la solidarietà di un piccolo gesto, un pacchetto di sigarette, delle scarpe, schede telefoniche. Una città che è stato bello riscoprire più sensibile e solidale di quanto trapelasse dai mezzi stampa fino a pochi giorni fa, quando le notizie dipingevano un clima allarmato e di tensione, da alcuni paragonato a quello vissuto per l’esperienza dei Mondiali di calcio del 1990, e ora le persone si stanno organizzando tramite questa pagina facebook http://www.facebook.com/home.php?sk=group_206486582703848, un ponte virtuale che collega le rivoluzioni promosse via web con la solidarietà che si esplica con il medesimo mezzo. Non solo la metamorfosi nell’ animo dei ragazzi, ma anche tra i quotidiani cartacei e on-line sardi: fino a pochi giorni fa questi ragazzi erano definiti “immigrati clandestini”, termine utilizzato fino a ieri nel primo pomeriggio, è poi bastato appurare il conferimento dei permessi per tramutarli in “profughi”. Nessuno dica a questi giornalisti che se dovessimo continuare a rincorrere il loro gioco di strumentalizzazione, allora stiano utilizzando nuovamente un termine in maniera errata. Ma l’oggettificazione della persona è ben lontana da queste pagine, al massimo si potrà leggere di “migranti” per comodità in alcuni passaggi, altrimenti è giusto chiamarli giovani, ragazzi, o se si conoscano le loro storie, con il loro proprio nome.

Ecco allora che si apprende -e si vede con chiarezza- lo squarcio nella rete aperto nel pomeriggio di ieri dai ragazzi per uscire a fare la spesa in piccoli gruppi, aiutati dalla presenza di un palo della luce utile per arrampicarsi sull’alto muro di recinzione, mentre il personale addetto al centro volta lo sguardo dall’altra parte e finge di non sapere, come successo a Manduria. Le parole sono quelle di Saif, tre lingue parlate, che narra del suo passato come artigiano in un’attività familiare, aiutato dal fratello anche egli nel centro, racconta della crisi sopraggiunta non solo nel turismo ma anche nelle piccole imprese come la sua, che non riesce più a vendere sul mercato i suoi manufatti tipici, vasi e souvenir che adornano le nostre mensole, le nostre case. E c’è Bhraim, che ha lasciato tutta la sua famiglia in Tunisia per tentare di aiutarla da lontano, nella speranza di tornare al più presto in un paese in ripresa.

E poi c’è la storia di Youssef, una sorella che lavora all’aeroporto internazionale de Il Cairo, in Egitto, un italiano fluido appreso nei dodici anni trascorsi in Italia; ci arrivò sedicenne, senza nessun familiare e con tutta la durezza delle prime notti passate in strada, dove il sonno è sempre difficile. Poi arrivarono gli aiuti e il lavoro presso un negozio Carrefour, e con il tempo trovò l’amore Youssef, una ragazza italiana con la quale conviveva. La vita però è inaspettata, le notizie dalla Tunisia lo costringono a tornare a causa delle cattive condizioni di salute della madre che non vuole lasciare sola; il permesso di soggiorno era in dirittura di scadenza: tornare in Tunisia è stata la scelta di Youssef. La rivoluzione, la caduta di Ben Ali e delle corrotte istituzioni e forze dell’ordine, il varco per lasciare il paese è nuovamente aperto e Youssef prende nuovamente il mare, non prima di un lungo viaggio durato quattro ore dentro un camion container, in 140 ammassati senza aria e senza la possibilità di muoversi, mentre i signori dei traffici umani li tenevano buoni con la minaccia di una pistola. Finalmente si arriva alla barca, una piccola imbarcazione malconcia che spinge molti dei ragazzi a rifiutare di salirvi, una posizione affrontata con le minacce di morte da parte dei trafficanti, minacce che hanno avuto tragica realizzazione per uno di loro, un giovane sedicenne affogato dinanzi ai loro occhi. C’erano anche dieci donne con loro, non hanno resistito alla durezza del viaggio, sono morte tutte insieme ad altri compagni, il numero ridotto ormai al centinaio e il motore della barca in panne. Le ultime forze sono rivolte alla preghiera, poi finalmente i cellulari segnalano la presenza di campo e la possibilità di chiamare la Marina che di lì a poco accorre in loro soccorso e li porta a Lampedusa, l’incredulità di essere ancora vivi.

Saif e Youssef raccontano poi dell’odissea che li ha portati da Lampedusa a Cagliari sulla motonave della Grimaldi, un viaggio durato quasi quattro giorni perchè diretto a Civitavecchia quando si paventava la possibilità di portarli nei centri della penisola italiana, ma questi ormai al collasso non potevano più stipare persone come bestie, ecco allora il dietrofront per la Sardegna.

Dietro di loro, nel piazzale del centro alcuni ragazzi giocano a calcio con un pallone portato loro da fuori, altri prendono il sole sui tetti dei capannoni della caserma, lo sguardo fisso sulle montagne di Capoterra, poco più in là il mare che hanno affrontato, ancora più in là la Tunisia che li ha visti nascere.

(le testimonianze sono state raccolte da Irene Melis, Elisabetta Secchi e Giulia Sanna – foto di Giulia Sanna)

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