No-try zone

Posted on 18 marzo 2011

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Pochi giorni dopo il 17 febbraio, quella che nacque come la giornata della collera sull’onda delle proteste che infiammano l’universo arabo, si tramutò ben presto in uno scontro tra fazioni, elegantemente in bilico tra rivendicazioni civili, geografiche e claniche. L’opzione più volte invocata dalla comunità internazionale che tanto appeal ha suscitato nello spirito dei rivoltosi, è stata quella dell’imposizione di una no-fly zone sulla Libia: ora quell’ipotesi è realtà. Nella notte, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha approvato una risoluzione che implementa quanto presentato nella precedente 1970: l’istituzione di una no-fly zone con l’appoggio della Lega Araba e della NATO, il blocco di qualsiasi traffico commerciale aereo da e per la Libia, l’inasprimento dell’embargo dei blocchi finanziari, la richiesta di ceasefire -fortemente voluta dalla Russia-, l’esclusione di un intervento militare occupante -quindi terrestre-.

L’astensione del BRIC

Dieci i voti favorevoli e cinque gli astenuti: Brasile, India, Cina e Russia. E’ subito posto in evidenza il gioco di squadra del cosiddetto BRIC, l’alleanza strategica portata avanti da questi quattro paesi, ora più che mai intenti a ritagliarsi uno spazio importante nelle dinamiche politiche internazionali. Giorni fa, il presidente venezuelano Ugo Chavez si era proposto come mediatore nella crisi libica, con la richiesta di formare un gruppo di inchiesta guidato dai paesi Latinoamericani, Arabi ed Europei, cercando di tenere in disparte il ruolo statunitense; un tentativo sicuramente coraggioso, equamente diviso tra organismi giovani e alla ricerca di collocazione nel panorama internazionale. Come era facilmente intuibile, una proposta caduta nel vuoto, poiché escludere gli Stati Uniti -che avrebbero comunque fatto valere le proprie posizioni per l’interposta persona europea- appariva fin da subito un’opzione poco attuabile. Un BRIC appunto che si può considerare allargato alla luce di questa proposta, che formalmente ingloba paesi emergenti come il Venezuela, il Sudafrica, l’Indonesia, il Messico e la Turchia. E proprio gli sforzi condivisi da Brasile e Turchia avevano portato nei mesi scorsi a un tentativo di mediazione con l’Iran, un affare sicuramente vantaggioso che proponeva “di trasferire 1.200 chilogrammi di uranio arricchito al 3,5 per cento ad Ankara in cambio di 120 chilogrammi di combustibile arricchito al 20 per cento”, anche questa possibilità fortemente osteggiata da Washington.

Ai paesi del BRIC che hanno votato per l’astensione si è aggiunta la Germania, unico paese europeo che durante questi mesi di rivolte arabe ha mantenuto una posizione ferma e coerente con il passato più recente della sua politica estera, all’indomani del rifiuto di inviare truppe tedesche nell’occupazione iraqena. L’astensione in sede di Consiglio di Sicurezza è comunque una posizione ricca di ambiguità, perché considerata voto concorrente, da analizzare quindi attraverso dinamiche altre rispetto a quelle presenti nel Palazzo di Vetro, da flirtare tramite gli interessi nazionali rivolti alla regione nordafricana.

Il ritardo degli interventisti

Sul fronte degli interventisti è necessario spendere qualche parola più approfondita, per una volta senza puntare la lente di ingrandimento verso gli Stati Uniti, quanto sulla Gran Bretagna e la Francia. Il fronte Cameron-Sarkozy sin dai primi tumulti si è mosso all’unisono, al suo interno spinto da necessità differenti, riassumibili negli interessi economici britannici e nelle imminenti elezioni francesi. La Gran Bretagna è il paese maggiormente coinvolto sotto il profilo petrolifero sul suolo libico, in particolar modo dopo l’accordo concluso tra il paese di Mu’ammar Gheddafi e la British Petroleum, che ha visto forti pressioni da parte del gigante petrolifero sul governo britannico per il rilascio di Abdel Basset al Megrahi, tra le persone coinvolte nell’attentato di Lockerbie. Un nervo ancora scoperto in terra d’Albione che ha provocato eco di protesta anche dall’altra parte dell’Atlantico.

La Francia vive invece differenti preoccupazioni, ben evidenziate dalla passiva posizione del suo governo durante la rivoluzione tunisina di gennaio, un governo colluso sino all’ultimo momento con il regime dispotico di Ben Ali, incapace di muovere solidarietà verso un paese legato non solo da ex-vincoli coloniali, ma partner strategico nel Mediterraneo. Non si dimentichino inoltre le affermazioni del Presidenze Nicolas Sarkozy, unico tra i capi di Stato e di governo europei a puntare il dito in maniera decisa contro le rivoluzioni arabe, sventolando lo spauracchio del pericolo fondamentalista islamico, posizioni politicamente necessarie per i suoi interessi, in una Francia che sta mettendo la freccia a destra sotto le bordate del Fronte Nazionale, inscenando una competizione che cerca voti tra le paure xenofobe della popolazione, ben rappresentate dalla visita a Lampedusa di Marine Le Pen, pronta ad istigare all’odio razziale verso i ragazzi tunisini in fuga dal loro paese, in compagnia dell’esponente leghista Mario Borghezio.

Il voto favorevole di Gran Bretagna e Francia, così come tutto lo schieramento degli interventisti, arriva comunque in estremo ritardo, in un momento degli scontri dove le forze fedeli al Rais inanellano vittorie sugli insorti e marciano decise verso l’enclave ribelle di Benghazi. Non è difficile intuire come l’istituzione di una no-fly zone sarebbe quindi considerata non tanto un mezzo di tutela della popolazione civile, quanto uno schieramento deciso affinché il Colonnello non abbia la meglio sulla fazione opposta. Uno scenario simile è in questo momento riscontrabile in terra di Somalia, dove le truppe dell’Unione Africana sono percepite come l’unica forza che impedisca alle milizie al-Shaabab e Hizbul al-Islam di affermare la loro supremazia su Mogadiscio, e di conseguenza su tutto il paese. Non più quindi un intervento umanitario, di peace-keeping o peace-enforcing, quanto un ruolo attivo nel conflitto.

No-try zone

Quello che ai più sembra sfuggire, è che l’istituzione della no-fly zone pregiudichi un coinvolgimento diretto nel conflitto, come accadde ad esempio in Kosovo o in Iraq. Il controllo dello spazio aereo può essere portato avanti unicamente con l’abbattimento dei radar libici e con l’annientamento delle postazioni contraeree, ciò significherebbe l’uccisione di numerose vite umane quale prezzo da pagare affinché gli insorti non soccombano. Uno spazio aereo che dovrebbe essere poi mantenuto, e non è così scontato che i mezzi aerei libici non tentino di levarsi in volo per spezzare il blocco sancito dalla risoluzione ONU. Alla luce di queste considerazioni, l’istituzione della no-fly zone potrebbe essere vista come un tentativo di provocazione nei confronti del Rais affinché forzi la mano e apra la strada a un intervento di terra, anche se per il momento questo viene escluso.

Ancora una volta l’opinione pubblica assume le sembianze del tifoso, premendo per questa o quella soluzione, come se queste fossero una semplice formalità: non è così, assolutamente. E’ molto più onesto porsi continue domande e ammettere la difficoltà nella soluzione, piuttosto che schierarsi, perché ad ogni azione corrisponde una reazione che andrebbe ad aggravare la situazione, ancora di più se questa soluzione porti il suono di una deflagrazione.

L’istituzione della no-fly zone è il risultato più scontato di meccanismi che, non mi stancherò mai di ripeterlo, pongono il profitto al di sopra delle persone. Se in passato questa logica corrotta si fosse evitata, ora non si discuterebbe su quale soluzione causerebbe il minor numero di vittime. Per queste motivazioni, sembrano mancare i tentativi che portino a questi esiti. Nessun spazio per i tentativi di dialogo, no-try zone.

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