L'esodo che non c'è

Posted on 5 marzo 2011

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La cecità italiana balla sui numeri, a suo agio dentro scarpette di malafede che volteggiano ancora una volta tra cifre e previsioni di catastrofe; il leitmotiv di questi tempi è uno e uno soltanto: l’Italia sta per essere colpita da un esodo di proporzioni difficilmente paragonabili causato dalle rivoluzioni nordafricane.

Mentre la politica estera guidata da Frattini e poco condivisa da Silvio Berlusconi arranca affannosamente in un disperato tentativo di dare un colpo al cerchio e uno alla botte -si vocifera di malumori serbati dal Primo Ministro verso il titolare della Farnesina per aver scaricato troppo in fretta Mu’ammar Gheddafi-, seguita a ruota dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti per la terza volta negli ultimi due mesi, il governo italiano non trova altro focus degno di attenzione se non l’esodo biblico, paragonato addirittura a quello occorso al crollo dell’Unione Sovietica.

E’ cosa risaputa, il clima politico italiano è da sempre impregnato da un fetido sentore di campagna elettorale permanente, e l’allarmismo e la paura sono bacini privilegiati dai quali attingere i voti, in particolar modo di quell’elettorato indeciso o potenzialmente astenuto che ad oggi rappresenta circa il 25% degli aventi diritto.

L’urlo che parte da Roberto Maroni allarga la sua eco attraverso la Val Padana e rinvigorisce i decibel nei palazzi di Roma, estendendosi così a tutto il paese. Le cifre quindi: 150.000, 250.000, 300.000, 350.000, addirittura c’è chi ha profetizzato l’arrivo sulla sponda nord del Mediterraneo di 1.000.000 di persone. Si sa, giocare con i numeri è una delle pratiche più facili per stuzzicare l’immaginario delle genti, e i nostri politicanti sono abili giocolieri. Ancora una volta però, dietro i proclami si nasconde un vuoto di idee e di buonsenso abbagliante, che in termini più schietti non è sbagliato definire come “balle”.

Giochi di numeri, giochi di vita

I dati dell’UNHCR, l’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati, aiutano a fare chiarezza sulla vicenda, evidenziando come nei primi dieci mesi del 2010 in Italia siano sbarcate circa 3.400 persone, a differenza delle 8.500 e 29.500 del 2008 e del 2009. Il dato totale dello scorso anno fu di 4.406 persone. Il governo vuole dare i numeri, è giusto rispondere con lo stesso metro. Si può notare anche una flessione negli anni 2003 e 2004 rispetto ai precedenti -dati Fortress Europe- che è stata una diretta conseguenza dei primi accordi sull’immigrazione tra il governo italiano e quello libico. Cifre che sono andate nuovamente incrementando negli anni sino al 2008, quando è iniziato il nuovo declino, che si vi è stato, ma non nei termini sempre sbandierati dal Ministro dell’Interno Maroni, che affermava della cessazione degli sbarchi e l’efficacia della partnership libica, in particolare a Lampedusa. Nero su bianco, i dati lo smentiscono.

Così come è facilmente accusabile di menzogna l’allarmismo di questi giorni. Nei primi mesi del 2011 sono arrivate a Lampedusa circa 6000 persone, in prevalenza giovani tunisini con il loro bagaglio di speranze, che approfittando della mancanza del governo repressivo di Ben Ali, partner italiano nella lotta all’immigrazione-emigrazione -a seconda dei punti di vista- dal 1998, non hanno lasciato sfuggire un’occasione così proficua per dipingere di dignità e crescente benessere la vita delle proprie famiglie. E dopo il picco raggiunto nei primi giorni di febbraio, gli sbarchi sono andati diminuendo, in una misura che rientra nella media registrata nel 2008, l’anno con più arrivi che si attestò sulla cifra di 36.951: poco più di cento al giorno, e in quel periodo non si parlava di esodo biblico, era la routine.

La macchina della propaganda non si è però fatta attendere e ha iniziato a lavorare a pieno regime. Misure straordinarie che poco hanno che fare con la solidarietà se non nella sua forma filtrata dalle maglie del business dell'”accoglienza”, ed ecco allora il caso di Mineo in provincia di Catania, dove il “villaggio degli aranci” è stato appaltato per ospitare circa 2000 richiedenti asilo. E’ il business delle gabbie, quello dei Centri di Identificazione ed Epulsione. E proprio i CIE sono nuovamente in rivolta da parte di chi vi è stato ingiustamente rinchiuso, con pratiche affidate alla mancanza di buonsenso, se si pensa che molti dei tunisini arrivati in questi giorni a Lampedusa hanno visto destini differenti, chi ha usufruito del solito documento di espulsione entro cinque giorni, chi è stato portato nei centri di Milano, Modena, Torino, Gradisca d’Isonzo. Le maglie del potere hanno chiuso gli occhi e fatto la conta al buio: tu di qua, tu di là. La legge del caso. E gli stessi detenuti del CIE di Torino, gridano la loro rabbia attraverso la pagina facebook “Guantanamo Italia”, dove con l’aiuto dei parenti e degli amici rimasti a Zarzis denunciano le violazioni subite all’interno di quelle mura.

Se ciò non bastasse, il Ministro dell’Interno francese Claude Guént di questi giorni ha visitato il confine italo-francese per ammonire l’Italia sul flusso di giovani in transito verso la Francia. Sì perché la grande maggioranza dei tunisini arrivati in Italia non vuole rimanere imbrigliata nello stivale, ma desidera ricongiungersi con parenti, amici, fidanzate che si trovano oltre la barriera alpina, una tra le tante incontrate nel loro viaggio. Che sia Francia, Germania, Gran Bretagna, Belgio poco importa, questi ultimi anni sono stati utili per tutti i giovani migranti a comprendere quanto sia limitato il loro futuro in Italia, come non corrisponda alle loro ambizioni. Alla frontiera sono già stati schierati ulteriori gendarmi e le Compgnies Républicaines de Sécurité per i controlli nelle stazioni. Roma o Parigi, la parola d’ordine è ancora una volta pugno duro.

Una tenda come casa

Sorte ben diversa hanno avuto le migliaia di persone in fuga dal conflitto libico, 140.000 fino ad oggi secondo i dati dell’UNHCR, che hanno attraverso il confine tra la Libia e la Tunisia e tra la Libia e l’Egitto. Libici per la maggior parte, ma anche un gran numero di immigrati bengalesi, che hanno affollato le coste mediterranee dopo il giro di vite sull’immigrazione voluto da Francia, Italia, Spagna e Grecia in particolar modo. Dall’Asia all’Africa con il miraggio dell’Europa che sbiadisce al di là del mare.

E’ su questi fatti che ruota la propaganda dell’esodo. Ma ancora una volta i conti con la realtà sono lungi dall’essere realizzati. La gente libica negli ultimi anni poteva vantare una situazione economica nettamente migliore rispetto agli altri paesi nordafricani, con un pil medio pro-capite tra i più alti del continente africano, e pochi di quelli che hanno tagliato la frontiera tunisina vogliono partire verso altre mete, l’unico desiderio è fare ritorno in una Libia di pace, un ritorno alla vita di tutti i giorni. Niente barconi della speranza, niente accordi con trafficanti di uomini, nessuna paura di un blu profondo minato dai cadaveri del passato. Una crisi che ora pesa soprattutto sulla Tunisia recentemente uscita da un terremoto sociale di vasta scala, che difficilmente potrà accollarsi tutto il peso del flusso di profughi. Se c’è un paese che necessita di un aiuto internazionale per la crisi umanitaria non è certamente l’Italia. Ciò nonostante le genti tunisine hanno dato una lezione di umanità che non si può omettere, accogliendo i fratelli libici e nel limite delle proprie possibilità donando loro ogni appoggio possibile. Le tendopoli preparate dall’UNHCR non bastano sicuramente per tutti, con un numero di posti letto che oscilla intorno alle 15.000 unità, una cifra irrisoria dinanzi a quella del totale.

Sulla frontiera opposta, quella egiziana, sono invece gli egiziani a bruciare il confine per tornare a casa, perchè un gran numero di essi -una cifra a cinque zeri- hanno lavorato per anni in Libia e ora desiderano tentare un nuovo percorso di vita tra i confini patri che hanno visto l’allontanamento di Hosni Mubarak e la semina di una nuova speranza di democrazia.

Il lato oscuro della vicenda è però un altro, il numero elevatissimo di migranti provenienti dall’Africa Subsahariana bloccati all’interno dei confini libici, in un numero che potrebbe superare il milione di individui. Ragazze e ragazzi che incarnano l’ipocrisia delle moderne società che vorrebbero lontani gli immigrati ma ben curati i lavori che le mani nazionali non fanno. In questo caso c’è poca differenza tra Rosarno e Tripoli. Ragazzi costretti questi giorni a rimanere nascosti, al buio come quei ratti proferiti di Gheddafi, timorosi di pesanti ritorsioni dopo che il Rais ha assoldato mercenari provenienti dalla sponda sud del Sahara. Ancora una volta la paura annacqua i contorni e mostra un volto monolitico: nero corrisponde a mercenario, mercenario significa morte, per gli altri, per esso.

Negli ultimi tre anni la Libia è diventato il tappo dell’Africa, e nel collo della bottiglia sono andati ammassandosi i sogni e la dignità dei popoli africani, di quelli più bisognosi, di quelli in fuga dalla fame, dalle guerre, dalle persecuzioni. Un tappo che ha il sughero dell’Italia, della Spagna, dell’Unione Europea, della sponda nord del Mediterraneo. Ecco, se in questo momento c’è un bisogno impellente di vedere l’unità politica dell’Unione Europea, questo aspetto risulta fondamentale per misurarne le credenziali, e testimoniare al mondo che il rispetto dei diritti dell’uomo sul quale si fonda l’Europa non è una macchia di inchiostro sputata sull’atto istitutivo. I corridoi umanitari che si stanno aprendo via mare e via aerea devono prendere in considerazione le sorti di queste persone la cui situazione è sintomo della nostra cecità ed egoismo, senza di questo sarà solamente un fallimento tinto di ipocrisia. L’ennesimo.

alcuni link per approfondire:

Fortress Europe http://fortresseurope.blogspot.com/

Amisnet http://amisnet.org/

Terre Libere http://www.terrelibere.org/

Pagina facebook “Guantanamo Italia” http://www.facebook.com/pages/Guantanamo-italia/205951249418475

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