Il complottismo da sofà

Posted on 1 marzo 2011

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In ritardo sull’orologio, ma ampiamente attesa, la brace del complotto si è ravvivata in questi turbolenti giorni che hanno visto la situazione libica precipitare, la più caotica di quelle riscontrate negli infuocati paesi nordafricani, ancora incerta da che esito pendere: rivoluzione, guerra civile, tumulti. Tutti termini ampiamente abusati e confusi, che presentano tante caratteristiche comuni quanto macroscopiche differenze, e sono queste alla fine a fare la differenza.

Prima di esporre il mio punto di vista, ne vorrei anticipare le movenze con le parole di un amico, Francesco:

Certe cose mi fanno ridere, ma ridere di gusto e con cattiveria. Solo per poi realizzare che non c’è niente di niente da ridere, e che forse chi crede a queste puttanate mi fa un po’ tristezza, in quanto prodotto fatto e finito di questo mondo di oppressione psichica.
Ho tentato di spiegare come la penso in merito ai complottisimi legandomi alle parole di Moore e Wilson ma sono stato ignorato, ebbene ho intenzione di ribadire e magari fare un po’ di chiarezza, perchè la verità su certe cose non che un insieme di concetti semplicissimi mascherati da concetti complicatissimi mascherati da concetti complessissimi (un po’ come il Discordianesimo, ma non divaghiamo…).
La verità, dico, e già è una parola molto grossa: diciamo la conclusione a cui sono arrivato attraverso anni di ragionamenti.
In sostanza: sì, c’è qualcosa che accomuna tutti gli organismi di potere, i movimeni bancari internazionali come i governi, la chiesa come gli eserciti etc., ma parlarne come di una “Cospirazione” è stupido, pretenzioso e… ottimista! Sì, perchè pensare che ci sia un, per quanto complesso e stratificato, ordine mondiale unitario dietro le grandi potenze mondiali è un modo piuttosto infantile di nascondere la testa nella sabbia, evitare di prendersi le proprie responsabilità, incolpare qualcuno o “qualcosa” di piuttosto astratto e nascosto per una situazione internazionale di cui siamo tutti, nel nostro piccolo, corresponsabili.
La verità, la spaventosa e tremenda verità, è proprio questa: siamo degli sporchi collaborazionisti in quanto membri della razza umana, portatori poco sani di quel gene shifoso e tremendo che ci condanna a ripetere sempre lo stesso errore: l’identità, o meglio l’illusione di essa, l’idea di essere qualcosa di separato e a sè stante dal mondo (e dagli altri individui), con un proprio confine e delle proprie caratteristiche immutabili, da contenere e proteggere a tutti i costi… Questo sentimento, questa atavica paura di perdere se stessi è alla base di ogni forma di soprafazione dell’altro, tanto nel microcosmo quanto nel macro, tanto nei rapporti familiari quanto alla Casa Bianca, è quanto genera governi e istituzioni, è, allo stesso tempo, ciò che motiva determinate persone a scalare i vertici di un governo nazionale e altre ad affidarsi a questi stessi individui che occupano i palazzi alti. La necessità di controllo e potere muove tutto senza che i rettiliani diano spintarelle alle chiappe dei presidenti. Non siamo liberi perchè non vogliamo essere liberi, ci terrorizza e paralizza l’idea stessa che sia il caos l’unico e solo principio attivo dell’universo e soprattutto ci terrorizza guardarci allo specchio rendendoci conto di quale sia davvero il nostro potenziale.
Riflettiamo un attimo: nel caso che davvero l’attentato alle Torri Gemelle non sia di natura islamica, cosa cambierebbe? Che gli USA l’abbiano programmato da soli o meno, sempre che al mondo esistano individui corrotti e brutali assetati di potere il cui scopo è modellare il mondo a propria immagine e somiglianza. Che abbiano la pelle squamosa, il cappello da cowboy, o un turbante in testa a me personalmente non cambia nulla. E’ paradossale, se ci pensate bene: siamo talmente terrorizzati dall’idea che qualcuno usi il potenzialie costruttivo-distruttivo insito nell’umano per opprimerci che lo usiamo solo ed unicamente per opprimerci a vicenda, e, ancora, riusciamo ad essere talmente ciechi e codardi nei confronti delle nostre responsabilità che abbiamo bisogno di incolpare forze misteriose ed esoteriche.
Personalmente credo che la soluzione, la via di raggiungimento della libertà sia una sola: smettere di credere a certe puttanate e inziare a guardaci allo specchio, prenderci le nostre responsabilità e capire, tutti, una buona volta, che il mondo è uno e unico, che tutto è un corpo privo di una forma definitiva e possiamo modellare l’univero a piacimento. La soluzione non è la meditazione, perchè non c’è altro mondo che questo; da buon maghello da strapazzo io credo nella via della mano sinistra: la volontà personale, la vera volontà che si nasconde sotto tutte le sovrastruttrue culturali che la paura ci ha insegnato a introiettare, coincide con la volontà dell’universo, e frattanto che la si segue niente può succedere di “sbagliato”… quindi smettete di avere paura dei rettiliani e uscite fuori a compiere atti insensati di bellezza: la peggiore falsità che “loro” hanno tentato di inculcarci è la dualità, la contrapposizione, l’idea di “noi contro di loro”, ma loro siamo noi, e siamo colpevoli ogni volta che ci arrendiamo. Che i leader siano corrotti e assetati di potere è sotto gli occhi di tutti, non serve pensare che usino strategie subliminali, se siamo condizionati al consumo è perchè abbiamo creduto che non ci fosse altra scelta, e siamo troppo pigri per trovare alternative. Il marchio della Coca-Cola è un sigillo magico in quanto tale, non perchè nasconda qualcosa, hanno creato nuovi livelli di realtà perchè noi glielo abbiamo lasciato fare. Potevamo semplicemente smettere di pagare dei fottuti soldi.

Sì, posso dire di essere assolutamente d’accordo con le parole di Francesco e vorrei aggiungere qualcosa di mio inserendolo nella confusa cornice di questi giorni che stanno cambiando ancora una volta gli assetti internazionali. Che mutano comunque ogni secondo, si tenga bene a mente, la vita non segue le regole dei media e dei palinsesti televisivi.

Si è ampiamente dibattuto dei servizi segreti inglesi già operanti sul territorio libico per trarre in salvo i cittadini di Sua Maestà, un primo passo che poi avrebbe portato all’influenza diretta di questi nelle sorti della grande scatola di sabbia -e petrolio-. A leggere le cronache del complotto pare quasi che i servizi segreti dell’Union Jack siano stati paracadutati in Libia il 15 febbraio 2011 e per la prima volta abbiano messo piede nel paese ignari di tutto. E’ una soluzione sempliciotta più che semplicistica. L’importanza assunta dai servizi segreti nel secondo dopoguerra è cresciuta a dismisura, fino a divenire destabillizante in numerose situazione, avversa agli stessi governi dai quale traevano lo stipendio mensile. Con la caduta dell’Impero Sovietico c’è stata una crisi profonda, un esempio lampante è stata la CIA statunitense (Central Intelligence Agency), che si è risollevata a stento nonostante i contributi della guerra al terrore, e gli ultimi fatti nordafricani ne sono l’emblema: l’annuncio errato del capo Leon Panetta riguardo alle dimissioni di Mubarak, avvenute con 24 ore di ritardo rispetto alle parole pronunciate in anteprima mondiale. Una gaffe imbarazzante, alla luce del sole, di quello che fu il corpo segreto che insieme al KGB sovietico (Komitet Gosudarstvennoj Bezopasnosti) fece il bello e cattivo tempo durante la Guerra Fredda.

Si pensa nell’infallibilità e nell’onnipotenza di questi meccanismi, e non esiste credenza più lontana dalla realtà. Forse nei film queste persone possono sembrare esseri dai poteri sovrannaturali, nella realtà sono umani come me e come te che stai leggendo, che si guardano allo specchio quando tornano a casa la sera, e sono investiti dalla vita privata.

Pochi però hanno collegato a un complotto dei servizi segreti l’arrivo in Libia del cacciatorpediniere Mimbelli o della nave d’assalto anfibio S.Giorgio, che hanno riportato in Italia 556 persone. Naturalmente la figura dell’Italia è talmente malvista da non meritare nessun epiteto di complotto affiancato al suo operato, dimenticando ad esempio che l’ex-tiranno tunisino Ben-Ali è cresciuto tra Roma e Parigi. E’ questo voler cercare a tutti i costi il pelo nell’uovo posto dai soliti due o tre corpi a portare agli errori più ciechi.

Come scritto in un post precedente (http://simoneogno.wordpress.com/2011/02/26/se-lorizzonte-e-cingolato/), è sotto gli occhi di tutti il timore del concerto dei grandi internazionali per quanto riguarda la Libia, ciò dovuto all’importanza rivestita dal territorio in un periodo ancora così inficiato dalla “crisi economica”. Ma ancora una volta, tutto ciò è palese, e non serve dipingere le mura della politica di complotto per capirlo, è solo una maniera che sbaglia i mezzi con i quali combattere l’ipocrisia dei potenti. Non ci sono solo gli Stati Uniti o l’evergreen “entità sionista” a voler tamponare l’emorragia libica, ci sono tanti altri paesi, ad esempio la Gran Bretagna da tempo apertamente ostile al regime di Gheddafi, la Francia in cerca di riscatto dopo il basso profilo adoperato in Tunisia, l’Italia e i suoi timori energetici, tutti i paesi OPEC costretti ad aumentare la produzione per tenere in piedi il mercato petrolifero, dal Venezuela di Chavez -idolo dei complottisti- all’Arabia Saudita di Abd Allah Saud -il più grande alleato statunitense nel Grande Medio Oriente e notoriamente nemico dei complottisti-, passando per la Cina e il Brasile -o tutto il BRIC se vogliamo- desiderosi di imporsi ancora sul piano internazionale, fino al Sudafrica che pochi tumulti vuole nel suo giardino di casa.

Sì, giardino di casa, perchè ancora nelle logiche da guerra fredda, o da periodo immediatamente post-sovietico, si pensa che siano i soli Stati Uniti a detenere le redini mondiali: falso. Proprio gli USA sono una potenza in declino che di questi tempi si arrampica sugli specchi della geopolitica per non mostrare agli altri la propria debolezza, e le manovre insicure di Obama di questo iniziano anno ne sono la più lampante evidenza. D’altra parte è indubbio il primato militare del paese a stelle e strisce e, ancora per poco, il ruolo di leader assoluto. Ma la distanza che intercorre tra Washington e le altre capitali non è mai stata così ridotta, con i paesi del G20 che fanno sentire il proprio fiato sul collo statunitense. Di pochi giorni fa è il superamento della Cina rispetto al Giappone nel panorama economico mondiale, e il prossimo obiettivo di Pechino sono proprio gli USA, già inquadrati nel rettilineo.

Ogni potenza, ogni nazione, ogni lobby ha i suoi interessi e quanti possano essere i punti di incontro, tante sono le divergenze e ognuna delle forze fa i suoi interessi. Si tende a dividere tra paladini e villani, ma nella realtà non esistono buoni, è l’idealizzazione a tenerli in piedi. Addirittura ci si è arrivati a difendere il sanguinario regime di Gheddafi adducendo a esso la distribuzione alla popolazione dei dividendi del petrolio: un mito da sfatare. E’ innegabile che la Libia possa -potesse?- vantare una situazione economica migliore rispetto a tanti paesi dell’area, ancora di più se si considera il continente africano, ma le discrepanze sono tante, prima fra tutte la disuaglianza tra il clan del Rais e tutti gli altri presenti sul suolo libico, un esempio fra tutti l’assegnazione dei più alti gradi delle forze armate precluse a determinate famiglie claniche. Oppure si consideri la schiavitù subita da tutti i migranti provenienti dall’Africa Subsahariana e dall’Asia, sui quali si regge lo stato libico, mentre dall’altra parte si stringono accordi con gli altri paesi rivieraschi per tamponare “l’orda migratoria”. Quanta ipocrisia, quanto sangue è stato versato per mano del Rais, un esempio su tutti: l’uccisione di circa 1200 detenuti nelle carceri di Abu Salim, nell 1996. Cadaveri poi scomparsi e mai più rivisti dai cari che ne chiedevano la restituzione, ora perseguitati per le denunce, come le madri delle giovani uccise a Juarez, come le madri di Plaza de Mayo. Non esistono paladini, ognuno nel proprio cortile è il tiranno di qualcun altro, e Gheddafi lo capì primi di tanti, mutando in maniera camaleontica gli assetti della sua politica dal panarabismo al panfricanismo, quando ha notato l’ostilità delle potenze arabe nei suoi confronti, e i troppi interessi confliggenti nell’area. E allora ecco la campagna mediatica volta a portarlo sul trono d’Africa, arrivando a destabilizzare i teatri più colpiti del continente, dal Chad al Sudan, dal Niger al Mali. Sullo sfondo, la forte contrapposizione con gli altri attori forti africani: il Sudafrica, la Nigeria, l’Etiopia, il Marocco.

Cambiate i nomi e otterrete le medesime dinamiche imputate ai soli noti del complotto. La Libia e i paesi sopracitati sono gli Stati Uniti, Israele e Gran Bretagna dell’Africa, e non si pensi che il loro ruolo si fermi entro i confini del continente, così come è presente l’ingerenza di attori esterni. Il povero Rais, tenuto ai margini dal concerto internazionale e poi costretto a stendere tappeti alla British Petroleum, alla Petronas, all’ENI, alla Chevron, alla CNCP. Costretto. Falso.

Questo annientare la volontà altrui e metterla nelle pani di mitiche figure è l’egoismo più grande, ognuno ha le proprie responsabilità, le proprie colpe. I propri meriti.

Perché bollare gli sforzi di tante persone che nel mondo arabo sono morte per libertà e democrazia come “manovrate” dall’esterno, non solo è meschino, ma è anche ignorante del fermento che serpeggia da Rabat a Islamabad nel mondo post-11 settembre. Signfica sputare sui movimenti che indipendentemente sono nati per rivendicare i propri diritti e magari hanno radici antiche, come ad esempio i Fratelli Musulmani in Egitto che da molto hanno scelto di guardarsi al proprio interno ed estrapolare potenzialità emerse in passato. Ma è solo un esempio tra i tanti.

E’ ora di finirla con le supposizioni e le mistificazioni, il mondo dove viviamo è già problematico di suo, e ci sarà sempre qualcosa sotto che nessun complotto potrà mai svelare, ci sarà sempre un complotto del complotto e così via. Ma in questa maniera si perde di vista la realtà che sta davanti agli occhi, quella subito denunciabile, quella che può capovolgere gli asseti di una società malata e corrotta, priva di valori.

Guardando da vicino un granello di sabbia, si perde di vista l’immensità del deserto.

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