Se l'orizzonte è cingolato

Posted on 26 febbraio 2011

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Fuoco su Tripoli nella giornata dell'odio Gheddafi: "Il popolo libico mi ama"

Lenta, frammentata, a singhiozzo, la diplomazia internazionale sta tentando in queste ore di far sentire la propria voce alle orecchie sorde di Mu’ammar Gheddafi, colbacco in testa e e microfono alla mano, che arringa i suoi sostenitori nell’enclave tripolitana.

Siamo giunti a un momento chiave della crisi libica che ha colto il mondo di sorpresa, e le prospettive che si aprono non sono certo le più confortanti. Dall’Unione Europea sono in arrivo nuove sanzioni, fa sapere l’Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri Catherine Ashton, mentre l’Italia per bocca del Ministro alla Difesa Ignazio La Russa, prende le distanze dal Trattato di Cooperazione e Amicizia italo-libico, di fatto sospeso. Durante la convention dei Cristiano-Riformatori, il Primo Ministro Silvio Berlusconi afferma che Gheddafi abbia passato il segno, divenuto insostenibile insomma. Tutte posizioni che arrivano in ritardo, e non si parla di un lasso di tempo riconducibile al febbraio 2011, ma collocabile anni indietro nel tempo.

Allontanando la lente di ingradimento dal Mediterraneo, non possono assolutamente essere trascurate le voci che arrivano dagli Stati Uniti in vesti differenti: il Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite di New York e la Casa Bianca di Washington. Il Consiglio di Sicurezza riunito e in gran spolvero, ha iniziato da stamani le consultazioni riguardanti le posizioni da prendere rispetto alla crisi libica, profilando momentaneamente l’embargo militare e pesanti sanzioni finanziarie, sospendendo inoltre la Libia dal Consiglio dei Diritti Umani: presa di posizione velata di ipocrisia, considerando la passata presidenza dello stesso Consiglio proprio da parte libica. Sulla stessa lunghezza d’onda si posizionano le affermazioni di Jay Carney, portavoce del governo statunitense.

L’attenzione è però focalizzata altrove, nuovamente in Europa per la precisione, dove il Segretario Generale della NATO Anders Fogh Rasmussen ha riunito a Bruxelles il Consiglio del Nord Atlantico, organismo che possiede le redini del potere politico all’interno dell’organizzazione. Da Bruxelles arrivano ipotesi che nel lungo periodo rischiano di divenire fondamentali; in prima battuta l’imposizione di zone di interdizione al volo su molte aree libiche, una misura volta a impedire i tentativi dell’aeronautica libica di colpire i civili, in più per impedire i tentativi di fuga aerea di Mu’ammar Gheddafi, che dopo le ventilate ipotesi venezuelane paiono rivolgersi verso lo Zimbabwe di Robert Mugabe, amico del leader libico e partner nello scenario africano durante le guerre congolesi. A questo proposito non è da trascurare il silenzio del Ministro della Difesa zimbabweano Emmerson Mnangagwa, alla domanda del coinvolgimento in Libia di soldati del Zimbabwe National Army. Una prospettiva sicuramente non impossibile, se si considerano i passati beneficiari dell’ospitalità di Robert Mugabe: il tiranno etiope Haile Mariam Mengistu e Protais Mpiranya, il maggiore rwandese che ordinò l’uccisione del Primo Ministro Agathe Uwilingiymana e della sua scorta belga a effige ONU, durante i primi avvenimenti che avrebbero portato al genocidio rwandese.

Se a ciò si aggiungono le indagini rivolte a smascherare i crimini commessi dal regime del Colonnello durante questi giorni -dimenticando quelli passati- all’orizzonte pare profilarsi l’intervento “umanitario”.

Ancora una volta la risposta sarebbe affidata alle armi, nonostante l’epiteto “umanitario” affidato alla missione. Il passato ha però sancito la debolezza di un intervento ONU in situazioni di conflitto, come avvenuto in Somalia o nella Repubblica Democratica del Congo, giocando ancora una volta con le clausole della missione che andrebbero ancora una volta a colpire in maniera indiscriminata i civili. In maniera simile si risolverebbe la partnership con la NATO e secondi fini non troppo defilati, in un territorio dove sono riemerse le tensioni claniche e la divisione pare la risposta più urgente.

Con il colpo di testa del Colonnello, sono cadute le certezze economiche delle potenze “occidentali” nell’area, e l’aumento dei prezzi del carburante di questi giorni è solo uno dei sintomi della paura europea e statunitense. Negli occhi sono ancora vive le immagini dell’invasione iraqena e afghana: petrolio, gas o guerra al terrore le differenze sono infinitesimali. E’ il passato a spingere verso la sfiducia, verso l’ipocrisia rivolta a interventi che cercano di dare un colpo al cerchio e una alla botte, in questo caso una botte di greggio, mentre le persone si trovano ancora una volta a essere quel surplus da tutelare per salvare la faccia. Il rumore dei cingoli è già in atto, mentre si può sentire il crepitio di strumenti che ancora una volta stanno andando in pezzi: la parola e il buonsenso.

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