Scontro di dignità

Posted on 22 febbraio 2011

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“Grazie al cielo piove”.

E’ questa la frase più ficcante epressa da Mu’ammar Gheddafi nel tanto atteso discorso alla nazione libica, un’apparizione fugace di appena ventidue secondi per sottlineare agli occhi del mondo che lui è ancora lì a Tripoli, in prima linea nel tentativo di mantere il controllo su un paese che non risponde più al suo volere. Fazioni di militari si schierano dalla parte della popolazione in rivolta, un processo iniziato nella città di Bengasi che ha in seguito contagiato tutto il paese, raggiungendo la capitale.

E sono proprio le defezioni nelle file militari a dare un segno della gravità della situazione, con il livello degli scontri che aumenta e non risparmia azioni difficilmente attribuili all’uomo, se non nelle vicende più becere della sua Storia. Elicotteri e aerei che armati di missili e mitragliatrici sparano sulla popolazione e sugli avamposti degli insorgenti. Se ciò non bastasse, fonti libiche riportate da Laura Boldrini -portavoce italiana dell’UNHCR- parlano di spedizioni punitive verso gli immigrati provenienti dall’Africa subsahariana che in gran numero affollano lo stato-prigione libico dopo il giro di vite sui flussi migratori accordato con l’Unione Europea, questo perché nel caos di queste ore mercenari provenienti da altri paesi africani sono stati scagliati contro i rivoltosi, e si vocifera del coinvolgimento degli stessi migranti dietro il pagamento di un consenso: la massima espressione di strumentalizzazione della povertà.

E in questo slancio di dignità prufuso dalla gente libica, la dignità che viene a mancare è quella europea, italiana, “occidentale”.

Nella giornata di ieri, il vertice dei 27 Ministri degli Esteri dell’Unione non sono riusciti nell’elaborazione di un forte testo di condanna verso Gheddafi e i suoi sgherri, una dichiarazione finale annacquata da posizioni contrastanti, da una parte la durezza di Gran Bretagna e Germania, dall’altra le “linee più articolate” attribuite all’Italia. E non è difficile interpretare quell’articolazione in termini di eccessiva morbidezza, di interessi, di doppiogiochsimo.

D’altronde sono di pubblico dominio le esternazioni del Ministro degli Esteri Franco Frattini, che affida a una nota su facebook il suo pensiero, affermando come l’Europa non debba esportare la Democrazia e far sentire il proprio peso politico. Difficile non riscontrare la malafede di Frattini e l’utilizzo di due differenti metri di giudizio, perché quando si trattò di Iraq e Afghanistan, nessuno sollevò dubbio alcuno sull’esportazione della Democrazia, una Democrazia che ha visto i suoi ideali incarnati nelle bombe al fosforo bianco di Falluja, nelle morti civili e nelle torture di Bagram.

Fino a due giorni fa lo stesso Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi optò per la non interferenza nei fatti libici, affermando di non voler disturbare il caro amico Gheddafi. E’ stata necessaria la morte di centinaia di persone per far proferire al leader italiano una presa di posizione più netta e di condanna, che è arrivata comunque in ritardo. Come non ci fu nessuna condanna quando gli autoarticolati forniti dall’Italia deportavano i migranti africani dalle coste libiche verso Ghat, Sebha e al-Gatrun, abbandonando il destino di migliaia di persone al deserto del Sahara, intimando loro di tornare indietro a piedi verso il Niger, verso il Ciad, verso il Sudan: una roulette di morte. E non ci fu nessuna condanna quando furono documentate le terribili condizioni delle carceri libiche che vantavano sulla pettorina le stellette della tortura, dello stupro e della morte. Silenzio e ancora silenzio, dove muore la dignità dell’uomo, dove si perde la fede nella politica.

E la gente libica questo silenzio lo coglie, lo si può percepire denso nell’aria, tanto da portare a risposte durissime, come la minaccia di chiudere le forniture di gas provenienti dal campo di Al-Wafa, tanto da portare il prezzo del greggio a cifre mai così alte negli ultimi due anni. Queste sono le preoccupazioni dell’Italia e dell’Europa, queste sole sono capaci di smuovere quel che rimane della dignità e intervenire con dure condanne: passare dall’uomo per proteggere il profitto, mai il contrario.

Si coglie così ancora una volta la pochezza e il carattere personale che hanno assunto le relazioni internazionali, il “ci penso io” di Silvio Berlusconi nel trattare le più importanti questioni italiane all’estero, con la Russia di Putin e Medvedev, con la Bielorussia di Lukashenko, con la Tunisia di Ben-Ali e in ultimo con la Libia di Gheddafi. Affidare la politica energetica a giganti dai piedi d’argilla che calpestano i diritti della propria gente e davanti ai quali fa buon gioco fare spallucce, del resto come diceva Gaetano Quagliariello «Sono il primo a dire che la Libia può essere imbarazzante sul piano dei diritti umani, ma in passato quante volte abbiamo avuto rapporti con dittature ben più serie?». E il gioco è fatto. Paghiamo la sfrenata voglia di concludere affari, e il più delle volte questi vedono la partecipazione dei più crudeli attori internazionali che hanno avuto la fortuna di trovarsi in una condizione di superiorità alla fine del giogo coloniale che è la prima causa dei tumulti contemporanei.

Ieri sera scorrevano le immagini di Hotel Rwanda e risulta impossibile non trovare tante analogie con i fatti libici -ma anche con quelli tunisini, egiziani, yemeniti, cinesi, sudanesi, ivoriani e via dicendo-; a Kigali nel 1994 le truppe delle Nazioni Unite risultarono funzionali ad evacuare i cittadini stranieri, lasciando il paese in balia di un genocidio, perché nelle cancellerie “occidentali” la questione aveva poco valore monetario, un basso riscontro in termini elettorali. Dopo 17 anni quella lezione non è stata ancora assimilata, mentre assistiamo a uno scontro nuovo che mette da un lato il silenzio dei potenti contro le grida di chi crede nel riscatto, non lo scontro di civiltà ma lo scontro di dignità.

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