Fortezza Europa, avamposto Italia

Posted on 20 febbraio 2011

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Così giovane e già afflitta da cedimenti strutturali di notevole entità, è questo lo stato di salute della Fortezza Europa: nello specifico, è caduto l’avamposto Italia. Quando la politica interna del “Belpaese” fiuta nell’aria il profumo delle elezioni, ecco puntualmente la ricomparsa di topic altrimenti abbandonanti all’oblio, una corsa alla strumentalizzazione utile per scaldare l’animo dei tifosi.

I primi sintomi si ebbero nel novembre dello scorso anno, quando le proteste portate avanti dai ragazzi sulla gru di Brescia e sulla torre di via Imbonati a Milano, gettarono una luce sulla sanatoria del 2009, che garantiva la regolarizzazione unicamente per le categorie di colf e badanti, escludendo lavoratori edili, ambulanti e braccianti. La chiamarono “sanatoria truffa” perché consegnava ampi spazi all’inganno, puntualmente subito da giovani stranieri che si affidarono ai datori di lavoro italiano dietro il pagamento di somme esose; in risposta a tanta fiducia, i ragazzi irregolari non hanno avuto accesso alla sanatoria perché mancanti di appositi documenti, perché non rientranti nella categoria di colf e badanti, per i dati riportati in maniera errata nei moduli: una spirale di truffe e menzogne ben articolate da datori di lavoro privi di scrupoli. Impossibile portare avanti una denuncia, poiché lo status di irregolare avrebbe portato a una sicura espulsione. I giovani delle proteste chiedevano l’appoggio dello Stato nella loro condizione di precarietà, la risposta del Ministro dell’Interno Roberto Maroni arrivò tra le dita di un pugno duro: scesi dai simboli della protesta, i ragazzi vennero condotti al Centro di Identificazione ed Espulsione di Via Corelli a Milano, in seguito espulsi.

Come ogni ciclo di strumentalizzazione che si rispetti, la questione dei rom in Italia non poteva essere trascurata. I subdoli ingranaggi del focus cominciarono a ruotare in seguito alla morte di quattro bambini presso un agglomerato sulla Via Appia, a causa di un incendio. E di lì a poco divampò anche il fuoco della polemica. Mentre il sindaco di Roma Gianni Alemanno tentava di dissociarsi dalle responsabilità chiedendo ulteriori aiuti economici al Ministero dell’Interno, il circo mediatico affrontava la questione in maniera stereotipata e superficiale, un meccanismo perverso che sta all’origine delle scritte xenofobe comparse sui muri di Roma: “Rom -4”, “Rom Raus”. Il tutto recante una svastica come firma. E’ anche possibile che dietro ciò non si celi una mano organizzata e nostalgica degli anni ’30, ma l’atto sia imputabile a ragazzi in cerca di emozioni forti; ed è proprio in questo caso che l’azione assumerebbe contorni preoccupanti, poiché nata da sentimenti latenti e pilotati dalla disinformazione sull’argomento. Le affermazioni che vorrebbero i rom fuori dall’Italia si rincorrono, cercano i loro spazi e li trovano sui muri, dimenticando che più della metà dei rom e sinti presenti tra gli italici confini siano cittadini italiani, i restanti sono comunque cittadini europei. Il luogo comune più diffuso vuole che siano nomadi, quando la comunità rom italiana è ormai sedentaria, a differenza dei “travellers” britannici e irlandesi o una parte della “gens du voyage” francese; si vorrebbero escludere queste persone dai piani delle case popolari “perché non devono scavalcare noi italiani”, non si venga però a sapere che proprio la condizione di precarietà e la mancanza di un contratto di locazione dietro lo sfratto non permettano ai rom italiani di accedere alle case popolari nella maggioranza delle realtà: sono esclusi a priori. Alle falle della programmazione si aggiungono anche gli spot politici, categoria nella quale si inserisce il “Piano Nomadi” voluto da Alemanno, che per i motivi precedentemente enunciati presenta errori già dalla nomenclatura, un piano che prevedeva nuovi alloggi per le comunità rom di Roma, nella realtà invece solo una parte delle persone sgomberate forzosamente hanno ricevuto una nuova dimora.

Mediterraneo, questo sconosciuto

Si arriva così all’attualità, che non poteva non riguardare quelle persone che tanti epiteti possono vantare: clandestini, extracomunitari, migranti, richiedenti asilo, profughi. Una babele di nomi mai utilizzata in maniera appropriata, poichè ogni termine presenta una natura giuridica differente, una cornice a sé stante, ma la generalizzazione e la confusione sono facce con le quali la strumentalizzazione si mostra quotidianamente.

Sarà il tempo a dire se le gesta straordinarie dei ragazzi tunisini ed egiziani porteranno agli esiti dai loro auspicati, è necessario comunque chiamarle rivoluzioni, perché nelle piazze affollate e nelle strade della speranza questo era lo spirito, e chi ha perso la vita lottando per la democrazia non può che essere chiamato eroe. Zine El-Abidine Ben Ali e Hosni Mubarak sono la pagina precedente nei libri di queste due nazioni, ora le dita iniziano a sfogliare i capitoli del futuro. Nel 1998, una parte di questo futuro coinvolgeva anche l’Italia.

Tredici anni fa, durante i travagliati governi di centro-sinistra guidati prima da Romani Prodi e poi da Massimo D’Alema, venivano istituiti i primi accordi bilaterali tra l’Italia e uno dei paesi della riva sud del Mediterraneo in materia di immigrazione, poi “perfezionati” nel 2003. In quegli anni la Tunisia era il punto di partenza privilegiato per le barche stipate di speranza, meta dei primi traffici di esseri umani che solcavano il deserto del Sahara. I porti di Sfax e Gabès si coloravano delle barche e dei pescherecci in partenza per Lampedusa, distante approssimativamente cento chilometri in direzione nord-est. Tuttavia gli accordi tra il governo tunisino e quello italiano non fecero altro che spostare i luoghi di partenza un poco più a est, verso quel paese un tempo escluso dai circuiti internazionali e di lì a poco riabilitato dagli sforzi italiani: la Libia.

Gli accordi bilaterali tra Italia e Libia iniziarono nel 2007 dal governo Prodi e ultimati dal governo Berlusconi tra il 2008 e il 2009. Riconoscimento dei danni coloniali subiti dal paese a causa dell’Italia, un risarcimento di 5 miliardi di dollari diluiti in venti anni, stretta collaborazione nel contrasto all’immigrazione. Dietro questi tre punti si celano rifornimenti e investimenti, dalle motovedette donate dall’Italia per il pattugliamento delle coste libiche agli appalti conferiti alle imprese italiane per la costruzione dell’autostrada costiera Tripoli-Bengasi, dalla fornitura di autoarticolati container per la detenzione dei migranti intercettati nel deserto libico all’incremento degli investimenti dell’ENI sul suolo libico, passando per l’elaborazione di nuove tecnologie volte a monitorare i confini meridionali della Libia. I risultati non si sono fatti attendere, ben evidenziati dalle statistiche riportate dall’UNHCR (United Nations High Commissioner for Refugees) e dal CIR (Consiglio Italiano per i Rifugiati):

  • L’Italia, la Grecia, Cipro e Malta hanno visto ridursi nettamente gli arrivi via mare negli ultimi due anni ed è certamente una conseguenza dei più rigidi controlli di frontiera, dei pattugliamenti congiunti e dei respingimenti in mare. L’UNHCR stima che circa 8.800 persone siano arrivate via mare in questi paesi nei primi 10 mesi di quest’anno, contro le 32mila dello stesso periodo del 2009 – una diminuzione del 72,5%. Quasi i due terzi degli arrivi via mare del 2010 si sono verificati in Grecia, un terzo in Italia e i restanti a Malta e Cipro. (fonte http://www.unhcr.it/news/dir/23/view/882/crollo-degli-arrivi-via-mare-nel-mediterraneo-ue-e-frontex-assicurino-accesso-all-asilo-88200.html)
  • Lo scorso 10 marzo il Ministero dell’Interno ha pubblicato le statistiche sui richiedenti asilo nell’anno 2009. Totale delle nuove richieste 17.600 (nel 2008 31.000); totale delle richieste esaminate dalle Commissioni Territoriali: 24.000 di cui 2.000 senza decisione (rinunce; sospesi; casi Dublino). (fonte http://www.cir-onlus.org/Hein%20riduzione%20delle%20domande%20d’asilo.htm)

I numeri sembrano stare dalla parte di Roberto Maroni, ma il calo evidenziato nelle richieste di asilo disegna scenari ben differenti, dimostrando come molte delle persone arrivate via mare negli ultimi anni fossero potenziali rifugiati, e questo lo si può anche evincere dalle zone di provenienza di gran parte di esse: Afghanistan, Somalia, Eritrea, Liberia e Sierra Leone, tra i tanti. E’ difficile scindere in maniera così netta le categorie di richiedenti asilo e di migranti, sono questioni umanamente fastidiose, un po’ come i differenti utilizzi delle parole “guerra” e “conflitto” in base al numero di vittime occorse.

Per tanti anni l’Italia è stata un partner privilegiato della Tunisia e in seguito della Libia, voltando le spalle dinanzi le violazioni nei più elementari diritti subite dalle popolazioni di quei Paesi, per perseguire una politica internazionale guidata dal profitto, ben esemplificata dai redditizi accordi con la Libia. Intanto in Italia, lo spauracchio del clandestino è più vivo che mai, tenuto in piedi dalla propaganda politica più becera che ignora o vuole ignorare i dati che vedono l’Italia dietro paesi come Gran Bretagna, Francia, Germania, Stati Uniti, Canada e Spagna nel numero di rifugiati presenti sul territorio, un divario che si allarga se tiene in considerazione la più larga categoria di immigrati.

A livello europeo, il regolamento di Dublino II non permette al richiedente asilo di fare domanda presso un altro paese se non quello di primo arrivo, una limitazione evidente al ricongiungimento familiare o alla volontà dell’individuo, se si pensa che l’Italia sia considerata dai più come un luogo di passaggio o di sosta temporanea. Le sorprese sono però dietro l’angolo, in particolare quella conferita all’Italia dal Tribunale Amministrativo di Darmstadt il 9 novembre 2010, quando una sentenza dello stesso sospese il rinvio in Italia di un richiedente asilo somalo, a causa del peggioramento delle condizioni dei richiedenti asilo in Italia, carente sotto il profilo del riconoscimento e dell’assistenza. Naturalmente blindare l’avamposto Italia non è stata una manovra efficace, e sono sempre dati dell’UNHCR a dimostrarlo:

Questo brusco calo non risolve il problema, ma semplicemente lo trasferisce altrove. Ciò è evidente considerando invece l’aumento repentino degli arrivi via terra nella regione greca di Evros. Ad Evros si sono registrati 38.992 arrivi nei primi 10 mesi di quest’anno, contro i 7.574 dello stesso periodo del 2009 – un incremento percentuale del 415% (fonte http://www.unhcr.it/news/dir/23/view/882/crollo-degli-arrivi-via-mare-nel-mediterraneo-ue-e-frontex-assicurino-accesso-all-asilo-88200.html)

Il flusso umano si è quindi spostato ancora una volta, come accadde in seguito agli accordi tra l’Italia e la Tunisia. Anche nell ex-proprietà di Ben Ali le speranze della popolazione non erano tuttavia state domate da pezzi di carta, e la caduta del dittatore ne è stata prova tangibile, poiché già prima già all’inizio della rivoluzione gli sbarchi a Lampedusa ripresero a singhiozzo, sino a divenire costanti con il crollo del regime e la diminuzione dei controlli da parte delle autorità: più di 4000 persone in pochi giorni. Un’emorragia tamponata solamente da nuovi accordi siglati dal Ministro degli Esteri Franco Frattini e dal Primo Ministro ad-interim tunisino Mohamed Ghannouchi, che garantiscono il rifornimento da parte italiana di nuovi radar e motovedette più veloci. Un’ulteriore sforzo sarà portato dall’agenzia europea Frontex, con il rifornimento alla Tunisia di più efficienti mezzi aerei e navali, mettendo a disposizione un personale di cinquanta persone.

Il precario equilibrio di un dittatore

Questo è quello che è accaduto in Tunisia, ma in Libia? Nelle strade di Tripoli e Bengasi le rivolte contro il regime militare proseguono nonostante il pugno duro di Gheddafi, costretto ad assoldare migranti provenienti dall’africa subsahariana e mercenari per porre un freno alle rivendicazioni popolari. Le forze dell’ordine sparano deliberatamente ad altezza d’uomo, e i morti hanno già superato le due centinaia secondo fonti di Al Jazeera, la gente libica non sembra però destinata a cedere il passo e le proteste si diffondono in tutto il paese, non solo nelle più povere aree orientali o nella capitale, tanto che anche le associazioni degli avvocati stanno scendendo in piazza uniti nelle proteste.

Ancora una volta il governo italiano tace, come già accaduto per la Tunisia e l’Egitto; il Primo Ministro Berlusconi ha anzi affermato la sua preoccupazione per i fatti libici, aggiungendo però la volontà di non-intromissione negli affari dell’amico e partner Gheddafi. Se mai il quarantennale regime del Rais dovesse crollare, assisteremo a una delle pagine più tristi della politica estera italiana, ma il punto focale è un altro. Chiuse le porte tunisine, la Libia è divenuta nel tempo la meta privilegiata per i flussi migratori africani e asiatici -Afghanistan e Bangladesh su tutti-, ma gli accordi con l’Italia hanno reso il paese africano una grande prigione per migranti, costretti a risiedere forzosamente sul territorio libico e impossibilitati a muoversi: decine di migliaia di persone costrette in condizioni inumane. La domanda più ovvia è: che cosa accadrebbe se il sistema libico dovesse cedere? Quale sarebbe il primo desiderio di queste persone? Sì, sarebbe quello di fuggire, e la meta più vicina è sempre la stessa: l’Italia.

I tappi sono fatti per saltare, sino a quando non verrà portata avanti una politica di cooperazione allo sviluppo che metta l’individuo davanti al profitto, questi saranno i risultati, perché parafrasando Erri De Luca “quelli che vanno a piedi non possono essere fermati”.


alcuni link di approfondimento:

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