Il mondo ai tempi di B.

Posted on 18 febbraio 2011

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Una ricerca (http://larica.uniurb.it/wpmu/news/news-consumer-italia/) condotta dall’Università degli Studi di Urbino mostra un’interessante serie di statistiche che meritano la visione:

“Nonostante l’enfasi sulla rete sono ancora i media tradizionali a dominare la scena in Italia. La TV è ancora di gran lunga il mezzo di informazione più utilizzato (90,8%) e quello considerato più influente nella formazione delle opinioni (62,1%). Mentre negli Stati Uniti Internet ha di recente scavalcato per utilizzo radio e carta stampata, nel nostro Paese la rete è ultima fra i mezzi di comunicazione presi in esame tanto per utilizzo quanto per influenza percepita”

Al link è possibile risalire all’intero report, ma questo piccolo estratto è già di per sé di estrema rilevanza: ci dice che nonostante le possibilità a nostra disposizione, in Italia internet non ha ancora un peso specifico paragonabile al vecchio dinosauro catodico che, non è necessario dilungarsi oltre, presenta tra i nostri confini limiti evidenti.

Con questo non passi l’idea che la rete sia un mezzo di informazione e comunicazione sempre affidabile, proprio per il suo carattere democratico che permette a chinuque di trovare spazio per le proprie opinioni; c’è un fattore però che nessuna televisione potrà mai eguagliare rispetto al web: la capacità di confrontare nell’immediato news e fonti.

Alla luce di queste brevi e semplici considerazioni si può intuire la causa per cui in Italia le rivelazioni a mezzo informatico portate da WikiLeaks non abbiano avuto -e non abbiano- il giusto risalto umano e mediatico, mentre i recenti fatti occorsi sulla sponda settentrionale hanno evidenziato come la rete sia tra gli orizzonti privilegiati per permettere al cittadino di riappropriarsi degli spazi democratici che gli spettino di diritto; proprio WikiLeaks è stata utilizzata come piattaforma ideale di ricerca e analisi dopo la pubblicazioni dei cablogrammi provenienti dalle ambasciate statunitensi dislocate nel mondo, permettendo l’anticipazione di determinate dinamiche poi realmente occorse, come ad esempio il ruolo di Omar Souleiman e delle forze armate nella rivoluzione egiziana che ha portato alla destituzione di Hosni Mubarak.

Già dai tempi delle rivelazioni riguardanti il “dietro le quinte” delle guerre in Iraq e Afghanistan era facilmente intuibile che la rivoluzione apportata da WikiLeaks avrebbe attecchito in maniera blanda in Italia, non si spiegherebbe altrimenti come le migliaia di morti civili e le violazioni dei diritti umani causate dalle forze occupanti non abbiano provocato alle nostre latitudini moti di rigetto e clamore. Senza dimenticare che le condotte inumane e degradanti portate avanti dai rappresentanti ISAF (International Security Assistance Force) furono a suo tempo testimoniate dai rapporti delle più importanti associazioni per la tutela dei diritti umani, tra le quali Amnesty International (http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/2338http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/3122 solo per citare due casi tra i tanti) e Human Rights Watch (http://www.hrw.org/en/news/2010/06/02/bagram-detainee-review-boards-better-still-falling-short).

Si potrebbe obiettare che ormai dalla metà degli anni ’90 i media italiani abbiano perso interesse verso tutto ciò che esuli dai patri confini, quando un tempo giornalisti come Ilaria Alpi -che ha pagato con la vita l’amore per la sua professione-, Mimmo Candito o Fabrizio Gatti  erano sulle bocche di tutta Europa e del mondo per le loro inchieste e servizi. Poi è arrivato il pantano politico interno che tutto ha inghiottito, relegando gli esteri sempre più verso le pagine marginali, verso gli interessi marginali, portando a un circolo vizioso che ha indebolito le strutture informative dislocate all’estero, che da investimento sono divenute fardello. Eliminabili quindi.

Questo declino non è però da considerare come una conseguenza, bensì una delle cause per cui il mondo è ormai così lontano dagli interessi italiani. E degli italiani. Ecco allora che anche tutto ciò che riguarda l’Italia inserita in una cornice allargata diviene superfluo, irritante quasi. In questa maniera approfondimenti di qualità che ancora possono trovarsi, come quello condotto dai giornalisti Giuseppe D’Avanzo-Federico Rampini-Andrea Greco sulle connessioni tra Berlusconi e il gas russo (http://www.repubblica.it/esteri/2010/12/08/news/wikileaks_berlusconi_putin-9950307/ da questo link si può poi risalire all’intero reportage), nato proprio dagli ultimi cable di WikiLeaks, sia stato ampiamente snobbato.

Le nuove rivelazioni di oggi riceveranno probabilmente la stessa accoglienza, un paio di giorni di risalto e poi l’oblio. Tutto ciò nonostante le informazioni contenute siano ancora una volta di importanza vitale per l’Italia nel concerto internazionale, in particolare riguardo agli aspetti di percezione delle politiche governative da parte degli alleati, gli Stati Uniti nello specifico. Ecco allora che si apprende dell’opzione paventata dal Primo Ministro Berlusconi di costruire alberghi e resort nella martoriata terra di Gaza, all’indomani dell’operazione Cast Lead portata avanti da Israele che causò più di 400 morti civili palestinesi, con un bilancio totale di circa 1400 morti gazawi e 13 israeliani. Chiunque abbia a mente le immagini della Striscia di Gaza può ben comprendere come la boutade del Primo Ministro italiano sia grottesca quanto inconsistente. Sulla stessa lunghezza d’onda, la possibilità che l’ex-first lady Veronica Lario potesse risultare l’asso nella manica utilizzabile nel dialogo con la Siria, che di quei tempi iniziava a tessere nuove relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti congelate nel 2005. Lo sgomento alleato risultò motivato anche dal fatto che l’espediente di Berlusconi avrebbe dovuto inserirsi nelle relazioni tra Siria e Iran.

Come nel silenzio passeranno i cable riguardanti l’ambasciata statunitense in Libia, che hanno posto in evidenza il coinvolgimento delle autorità italiane nel porre ulteriori ostacoli alle migrazioni provenienti dall’Africa, conferendo risalto all’ostruzionismo dell’ambasciatore italiano a Tripoli Francesco Tupiano verso l’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati, già di per sè impossibilitato nell’operare a piene funzioni sul territorio libico per la mancanza di accordi specifici con il governo di Gheddafi, che intimò l’ACNUR di allontanarsi dal territorio qualche mese fa, salvo poi essere riabilitato con riluttanza. Altri cable testimoniano inoltre i pestaggi compiuti dalle forze dell’ordine italiane durante le fasi di abbordaggio dei relitti stipati di migranti.

Queste riflessioni non devono comunque stupire in maniera eccessiva, poiché vicende ben note a chi abbia il piacere di osservare ciò che accade al di fuori degli italici confini, un esempio su tutti la Cooperazione allo Sviluppo, alla quale la legge di stabilità e del Bilancio di previsione per il 2011, presentata pochi mesei fa alla Camera dei Deputati, assegnerà 179 milioni di euro di finanziamento, perseguendo il trend negativo degli ultimi anni. Negativo e disorganizzato, se si pensa che la maggioranza di questi soldi vengono spesi in singole opere, come ad esempio le dighe etiopi del Gibe (http://www.crbm.org/modules.php?name=browse&grpid=60&mode=page), puntualmente al centro delle cronache locali per i cedimenti strutturali e le violazioni subite dagli uomini e dall’ambiente durante la costruzione.

Questi sono solo alcuni spunti che riguardano l’Italia nel panorama delle relazioni internazionali contemporanee, poiché il sommerso, analizzato in maniera più approfondita, disegna scenari ancora più avvilenti e subordinati al profitto prima che alle persone.

alcuni link per approfondire:


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