La rabbia mediterranea e l'incertezza di Obama

Posted on 16 febbraio 2011

0


 

Il 4 giugno 2009 il percorso presidenziale di Barack Obama era iniziato solo da qualche mese, ma obiettivi importanti erano già stati fissati sull’agenda politica estera statunitense, stelle polari che valsero addirittura un premio Nobel per la Pace, un premio alle intenzioni si potrebbe considerare: la risoluzione del decennale conflitto israelo-palestinese e degli attriti tra Israele e alcuni vicini, un approccio di avvicinamento al mondo musulmano che era andato perso sotto l’amministrazione di George W.Bush.

Quel giorno di giugno Barack Obama si rivolse alla platea dell’Università de Il Cairo con un discorso non privo di zone grigie, ma un passo avanti rispetto alla politica di scontro aperta portata avanti dal suo predecessore che aveva condotto alla guerra portata all’Iraq e poi all’Afghanistan, andando ad acuire ferite mai rimarginate all’interno del mondo arabo dal lontano accordo Sykes-Picot (1916) che distribuì il vicino-Oriente tra i governi di Regno Unito e Francia.

Un discorso generalmente apprezzato, anche dai padroni di casa e da tutto il mondo musulmano, ad eccezione delle minoritarie frange radicali che solitamente si accomunano ad al-Quaeda, tralasciando una galassia di fazioni e dinamiche difficilmente inquadrabile. Tra gli attori più importanti che accolsero di buon grado le parole del presidente statunitense, c’erano anche quei Fratelli Musulmani che a distanza di due anni divengono il passo incerto di Obama nella polveriera medio-orientale.

Come incerta e ambigua è stata la politica statunitense rivolta a quei territori adiacenti al Mediterraneo che diradano progressivamente verso il Sahara e verso il cuore del continente asiatico, movimenti timidi e impacciati che hanno visto manovre congiunte di apertura e distacco. Un esempio su tutti la riapertura dei rapporti diplomatici con la Siria, interrotti nel 2005 quando un’ auto-bomba uccise l’ex-primo ministro libanese Rafic Hariri e altre ventidue persone, omicidio per il quale si ritenne responsabile Damasco; nonostante questa riapertura però, il presidente Obama non ha esitato nel riconfermare le sanzioni economiche sancite da George W.Bush nel 2007.

E proprio a Il Cairo, il passo avanti compiuto da Obama nel giugno 2009, questi giorni ha ballato il tip-tap sullo scacchiere medio-orientale. I segnali di incertezza si erano già mostrati all’inizio dell’anno quando il silenzio del presidente statunitense dinanzi alla rivolta della gioventù tunisina era divenuto ingombrante nelle menti di tutti coloro che avevano fatto affidamento sul change promosso da Obama. Difficile voltare le spalle a un prezioso alleato cresciuto all’ombra di Wahsington, Parigi e Roma come Zine El-Abidine Ben Ali, padre-padrone di un paese innestato sulla corruzione degli apparati governativi e sulla repressione del dissenso, in particolar modo dei partiti di opposizione -su tutti gli islamisti di An-Nahda, costretti all’esilio-, baluardo degli interessi occidentali nell’area contro l’estremismo islamico. Silenzio rotto solamente a rivolta finita con la cacciata di Ben-Ali e fedeli, augurando un processo democratico per la Tunisia e il suo popolo. Troppo poco sicuramente.

Nessuno però avrebbe potuto prevedere che i semi della rivoluzione tunisina sarebbero sbocciati anche in Egitto, che sì presentava -e ancora presenta- con dinamiche similari a quelle tunisine, ma amplificate da un apparato statale più compatto, da un potere determinante e fedele al regime delle forze armate, da interessi confliggenti ancora più vasti di quelli riscontrabili in Tunisia: commercio, turismo, lotta al terrorismo quaedista, appoggio alle politiche di Tel-Aviv.

I primi giorni della rivoluzione egiziana, Obama pronunciò timidamente parole generiche di democrazia nel paese e rispetto per i manifestanti, augurando una progressiva transizione verso un più ampio coinvolgimento popolare. Il rimpasto di governo e di partito voluto dal Presidente Hosni Mubarak venne accolto nuovamente con favore da Obama che premeva per modifiche lente -più che progressive- dello status-quo, sotto quest’ottica si può inquadrare il beneplacito verso la promozione dell’ex-capo dei servizi segreti Omar Suleiman, uomo forte di Tel-Aviv a Il Cairo. La mancata candidatura di Mubarak alle elezioni del settembre 2011 fu applaudita da Washington, che pareva volgere il suo sguardo unicamente verso i palazzi di potere e ignorare Piazza Tahrir e il popolo egiziano che lì si riversava per la democrazia e per la dignità. E proprio quando le piazze egiziane hanno iniziato a riempirsi e a resistere al logorìo portato avanti dal fatiscente governo egiziano, allora il presidente statunitense deve aver compreso il tradimento delle intenzioni promosse il 4 giugno 2009.

Obama, “alfiere” di democrazia e ispirato da Martin Luther King, non poteva più appoggiare un governo non-democratico come quello di Mubarak, le ripercussioni di immagine in tutto il medio-Oriente sarebbero state una battuta d’arresto troppo marcata. Il presidente statunitense si è accorto dell’errore, troppo tardi sicuramente, ma il rischio era comunque quello di arrecare danni ben più gravi. Lungimiranza ed egoistici interessi, questo è stato il connubio che ha portato Mubarak ad essere considerato “scaricabile” da Washington. La mossa di Obama potrebbe anche sembrare un piccolo tiro di manica rivolto a Israele, che tanti grattacapi ha dato a Washington per quanto riguarda i colloqui di pace con Abu Mazen e nei giorni della rivolta è stato sicuramente il più cieco tra gli attori, cercando di promuovere il pericolo islamista al quale hanno risposto unicamente il presidente francese Sarkozy e il ministro dell’interno italiano Maroni.

Ed ecco allora la “tempesta perfetta” evocata dal segretario di stato Hillary Clinton, un’ondata di rivolte che di questi giorni svela la lungimiranza -anche se a breve termine- di Obama: l’obiettivo Teheran. La capitale iraniana da qualche giorno pare nuovamente scossa dai tumulti che nel 2009 portarono alla nascita dell’onda verde che sembrò essere la giusta spinta alla cacciata del presidente Ahmadinejad e degli ayatollah. Ora il popolo iraniano vorrebbe ritentare nell’impresa, ma l’Iran non è un “alleato” come l’Egitto, ma lo spauracchio brandito dalle diplomazie occidentali di questi tempi, non si può forzare la mano nè dimostrare incertezze. Nello stesso Egitto comunque la situazione è lungi dall’essere risolta con il potere il mano ai militari, e abbinare la parola democrazia a chi per immagine ne è lontano, non è comunque un integro biglietto da visita per Obama nella regione.

Caduto Mubarak, le affermazioni provenute da Washington sono state comunque forti, ponendo l’accento sulla vicinanza del Presidente Obama a tutte le genti che si batteranno per la democrazia e per i propri diritti, e non si può allora ignorare l’antagonismo più rilevante che il quotidiano ci propone, quello tra Washington e il suo indiscusso rivale: Pechino. Come si è assistito durante i giorni della consegna del Premio Nobel per la Pace 2010 al dissidente cinese Liu Xiaobo, il presidente Obama continua a premere sulla democrazia e sul rispetto dei diritti umani in Cina, e ancora più dell’Iran e di un medio-oriente amico, è Tien’anmen la piazza che Obama segue con maggiore attenzione.

Annunci
Posted in: Uncategorized