Gli ostacoli all'effetto domino tunisino

Posted on 14 febbraio 2011

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Constatare le ondate di manifestazioni in paesi autoritari come molti del Grande Medio-Oriente non può che essere una bella visione, il problema sono però gli ostacoli lungo il cammino dell’effetto domino tunisino. Una descrizione in blocco dei paesi“medio-orientali” è utopica da fare, nonostante la stampa e i media di massa continuino a dipingerli come un blocco unico sotto la definizione di mondo musulmano.

Quello che è successo in Tunisia è stato possibile per una serie di motivazioni che vanno dalla geografia -paese non vasto-, alle divisioni ai piani alti -le forze militari ormai lontane dai poteri politici, così come le forze dell’ordine-, senza dimenticare che Ben Ali non fosse più un tutore affidabile degli interessi europei e statunitensi nella zona, quindi scaricabile.

La situazione in Tunisia è comunque tutta in divenire, è bene attendere a parlare di cambiamento finchè non sarà sotto gli occhi di tutti.

In Egitto il contesto è ben diverso, l’apparato statale è forte, fortissimo, le forze militari lavorano in stretta collaborazione con Mubarak, il paese è grande e i tumulti sono localizzati solo nelle principali città; anche se a Il Cairo dovessero scendere in piazza 200.000 mila persone, è bene ricordare che sia una megalopoli di 15 milioni e più abitanti nella sua area vasta, e più ci si allontana dal centro, più le proteste scemano, fino a divenire inesistenti nelle altre parti del paese. Si prendano in considerazione poi le zone turistiche del Mar Rosso che necessitano dell’establishment oggi al potere, potentato che le ha fatte diventare tra le mete più in voga del turismo internazionale, e un crollo degli arrivi causato da tumulti è un fatto non concepibile, soprattutto dopo gli attentati di qualche anno fa che intaccarono gli introiti della zona per un lungo periodo

Un paragone che per molti versi è forzato, ma proprio per quanto riguarda le proteste può essere fatto, è quello con l’Iran: la “rivoluzione verde”, era circoscritta agli ambienti cittadini, il resto del paese è molto arretrato rispetto a Teheran, vastissime aree sono sprovviste di collegamenti satellitari e adsl, vivono in maniera semplice di pastorizia, soprattutto nelle parti orientali al confine con l’Afghanistan.

Un discorso simile si può fare con il tentativo di El-Baradei di scalzare Mubarak dalla guida del paese, ma anche lui al di fuori delle città è “questo sconosciuto”; l’ex direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica dovrebbe innzalzare un’immane opera di propaganda, che al momento gli è impedita per i vincoli della legislazione egiziana -appartenenza a partiti in parlamento, determinate percentuali di rappresentanza-.

Non bisogna dimenticare in ultimo il ruolo di Mubarak quale cane da guardia di poteri esterni nella regione: il cane da guardia degli interessi commerciali che passano per il Canale di Suez, il cane da guardia della guerra al terrore sul profilo interno, il cane da guardia di Israele per tenere il fiato sul collo di Hamas a Gaza, il cane da guardia dell’Europa per i crescenti flussi di migranti. E’ troppo importante per molti.

Le dinamiche di base rispecchiano da vicino quanto accaduto alla Tunisia, ma la cornice contro cui si devono scontrare i manifestanti è tante volte superiore.

In Yemen si può portare avanti un discorso simile alla figura del cane da guardia di Mubarak, con la differenza che il ruolo principale lo veste come uno dei teatri nascenti della guerra al terrorismo portati avanti da Obama, ormai alla luce del sole, tanto che viene considerato un teatro unico con la Somalia, quindi off-limits.

I moti di rivolta dell sud del paese per la secessione sono riscontrabili già dagli anni ’90, senza contare le frizioni sciite nel nord dello stato yemenita che vedono però la mano difensiva dell’Arabia Saudita, non l’ultimo degli sprovveduti Analizzando le dinamiche all’interno del grande scontro proprio tra Iran sciita e Arabia Saudita sunnita per il controllo del Golfo, gli yemeniti si trovano nel mezzo di tutto ciò.

In Algeria, l’equazionedeve aggiungere un personaggio importante che è quello del mondo petrolifero e più in generale quello degli investimenti. Dal 1991 in Algeria si è portato avanti un equilibrio tra vari agenti di potere, che hanno saputo dare da una parte, e togliere di prepotenza dall’altro. Rivolte di grandi proporzioni, come in Cabilia ci sono già state in passato nel 2001 e nel 2004, con esiti comunquei. Si aggiunga la crescente questione crescente di Al-Qaeda nel Maghreb Islamico con la task force congiunta dei paesi del Sahel per contrastarla, difficile che si tollerino situazioni di instabilità interna in questo periodo.

GiordaniaCisgiordania sono le grandi incognite, una può portare giù nel baratrol’altra, e di questi giorni, con le proteste rivolte all’ANP di Abu Mazen per le rivelazioni di Al Jazeera e del Guardian rispetto alla servitù palestinese nei confronti di Israele per quanto riguarda concessioni in cambio dello stato palestinese, la situazione è tutta da verificare [the Palestine Papers].

Il lato forse più irritante della vicenda è che tutte le persone che lottano per avere libertà, vengano strumentalizzate dai media, soprattutto quelli nostrani che ormai non sanno neanche più dove sia di casa la politica estera, e ora iniziano a collegare rivolte e tumulti a differenti longitudini solo per riempire vuoti giornali e telegiornali. Rivolte, proteste, tumulti, ci sono sempre stati in questi paesi e tante volte non hanno avuto l’esito sperato, ci sono state persone che hanno perso la vita in uno slancio verso la libertà; una di queste raggiunge il suo scopo ed ecco che si scoprono le altre. Il solito desolante teatrino dell’informazione.

 

(questo articolo è stato scritto il 28 gennaio 2011)

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