Le nude colline di Ebal e Garizim accolgono Nablus in un abbraccio mortale. Qui i segni dell’occupazione israeliana sono visibili nei fori dei proiettili e nei tetti sventrati, nei vuoti urbani creati dalle bombe, nelle effigi dei martiri appese per i negozi del Suq: la Seconda Intifada è ancora viva nella memoria della città.
Un manifesto in particolare si ripete sui muri, la stampa di un volto solare e sornione che ricorda quello di Mino Reitano, una data, l’effige stellata del Democratic Front for the Liberation of Palestine; inciampiamo per caso nella sua storia, in punta di piedi ci ritroviamo nuovamente dinanzi alla brutalità dell’uomo.
I passi che si accalcano tra i vicoli e le scalinate, una ragazza e un bambino ci danno il benvenuto in una casa accogliente, nella penombra siede una vecchia, le mani unite in grembo e lo sguardo indecifrabile.
La storia del manifesto è la storia della sua famiglia, della sua progenie, il viso raffigurato è quello di suo figlio, Hafez Muhammad Hussein Abu Zant, ucciso dall’esercito israeliano nel 1976 all’età di ventuno anni. La donna legge sui nostri volti lo stupore nel sentire la giovane età, si affretta a precisare che “sembra molto più vecchio”, un sorriso spento le increspa il volto. La storia del ragazzo inizia con passi piombati e procede tra lunghe pause di silenzio.
Il 17 maggio 1976 scelse di partire, un saluto frettoloso alla famiglia e la rassicurazione di un lavoro in Giordania, la notizia della sua morte che investe la famiglia in maniera inaspettata.
Due giorni prima, durante una manifestazione di commemorazione della Nakba, una giovane quindicenne fu uccisa con un proiettile alla gola, l’anonima vita di un ragazzo si immola alla causa del suo popolo. E’ difficile immaginare il passaggio da studente e choiffeur di taxi in Israele a martire. Le armi provengono dalla Giordania, l’imboscata ai militari fallisce nei pressi della Jordan Valley, Abu Zant e i suoi compagni muoiono in combattimento; la notizia della sua morte viene trasmessa da una radio israeliana. La tragedia della famiglia inizia così e proseguirà per i successivi 35 anni.
Il fratello di Abu Zant accorre per proseguire la narrazione, il suo negozio è nei pressi della stazione dei bus, il respiro affannoso tradisce la fretta nel raggiungerci, il desiderio di tramandare la memoria.
Il corpo viene trattenuto dalle autorità israeliane, riposto in una cella-frigo e in seguito sepolto sotto un masso numerato: il cimitero dei numeri. Ubicazione e numero sono segreti, forse tre, forse quattro, nella Jordan Valley, tra le alture del Golan occupate, nel nord di Israele. Supposizioni.
L’assurdità di un tribunale militare che condanna un cadavere alla pena detentiva, quindici anni o più, lapidi senza nome e corpi che non trovano degna sepoltura, abbandonati alla mercé degli animali e all’incuria del tempo.
Quarantaquattro anni di occupazione hanno restituito un solo corpo nel 2009, l’esistenza ufficiale dei cimiteri dei numeri resa nota da Hezbollah tre anni fa, durante un macabro scambio di corpi risalenti alla Guerra del Libano nel 2006: militari israeliani per esponenti del Partito di Dio; le cifre vorrebbero nelle mani delle autorità israeliane 338 corpi palestinesi e 195 di altri paesi (Siria, Egitto, Libano). Non solo persone morte in combattimento ma anche prigionieri politici, come il giovane deceduto in carcere nel 1998 dopo un lungo sciopero della fame, il corpo senza vita costretto a scontare il rimanente periodo di detenzione. Il 9 ottobre la salma di Abu Zant, ciò che ne rimane, ritorna tra le braccia materne, la dignità di una cerimonia funebre a distanza di anni.
Verso la fine della narrazione il viso dell’anziana pare acquistare una tranquillità tradita dalle labbra tremolanti, l’orgoglio che costruisce una diga alle lacrime, “non ho mai pianto, né alla morte né alla restituzione del corpo di mio figlio” ci dice “e non ho paura, convivo con arresti e prigionia da decine di anni ormai, sono fiera dei miei figli”.
E’ inutile cercare umanità in questo racconto, difficile ascoltare le parole ufficiali di giustificazione, discorsi infarciti dei termini “sicurezza” e “terrorismo”. E’ la tortura psicologica inflitta ai familiari delle vittime, colpevoli o innocenti che siano poco importa, la dignità umana è comunque calpestata. E’ l’occupazione degli animi dei palestinesi, della loro memoria, dei loro affetti.
*per approfondire
Cadaveri palestinesi sequestrati e seppelliti nei “Cimiteri dei Numeri”
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Pubblicato il 31 ottobre 2011
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